Shakespeare: pozioni, filtri e veleni

a cura di Stefano Valente

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Shakespeare, tra cultura dotta e tradizione popolare: filtri, pozioni magiche e veleni

Macbeth, immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente Anetode

Streghe e pozioni, nel dramma shakespeariano "Macbeth".

Pozioni magiche, veleni, filtri, rivestono un ruolo basilare nella produzione letteraria di William Shakespeare (1564-1616). L'autore elisabettiano, come si vedrà, è intriso di cultura classica ma non disdegna affatto la cultura del suo tempo - quella dotta e quella popolare. Come ha presenti gli impiastri e i cataplasmi erboristici della sua infanzia nello Warwickshire, allo stesso modo conosce a menadito l'opera del suo illustre predecessore (e in parte contemporaneo) Christopher Marlowe (1564-1593) - che nell'Edward the Second fa enumerare al sicario Lightborn tutta una serie di pratiche omicide: fra le quali l'introduzione di polvere venefiche nel timpano -, e certo condivide con Marlowe le stesse "sapienze comuni" in fatto di erbe, infusi, decotti, proprietà specifiche del mondo vegetale della propria epoca. Si tratta di un "tesoro" a cui Shakespeare ricorre a piene mani nei suoi testi: spesso adoperandolo come chiave risolutoria per le vicende narrate, altrove addirittura per celare - come scopriremo - significati occulti, risvolti non immediatamente percepibili (almeno da noi moderni) delle sue storie e dei loro personaggi.

Edward the Second, di Marlowe, è del 1590. Romeo and Juliet è di poco meno di una decina di anni dopo. Al momento in Inghilterra sono disponibili almeno nove erbari che gli eruditi possono consultare direttamente nella loro lingua madre.

Ecco allora che frate Lorenzo - colui che procura il filtro causa della morte apparente di Giulietta -, al II atto, terza scena, si presenta sul palcoscenico portando al braccio un paniere per le erbe; la sua "premessa" è una vera e propria introduzione alla valenza delle proprietà di piante e essenze vegetali in Shakespeare. Valenza a un tempo benefica e mortifera:

FRATE LORENZO - ...Ora, prima che spunti il fiammeggiante occhio del sole a rallegrare il giorno e ad asciugare il rugiadoso umore della notte, io debbo colmar questo mio paniere di giunco con maligne erbe velenose e fioretti dai succhi balsamici. ...Oh, gran virtù è nelle piante, erbe, pietre, secondo le loro qualità native... Nello stelo tenerello di questo piccolo fiore risiede un veleno e un medicamento: perché se tu lo odori, ti produce un'euforia per tutto l'essere; se lo assapori, ti arresta il cuore e, col cuore, la vita (nota 1).

Il tragico epilogo di Giulietta e Romeo è universalmente noto: il filtro di frate Lorenzo (IV atto, prima scena) è elemento imprescindibile per lo svolgersi del dramma, agente e catalizzatore di possibilità e finali.

FRATE LORENZO - ...Eccoti questa fiala: quando ti sarai messa a letto, prendi la mistura: ti sentirai subito rifluir per le vene un freddo torpore; il polso perderà il suo naturale ritmo e cesserà di battere. Non resterà calore né respiro a dar segno di vita in te. Le rose delle tue labbra e delle guance si stingeranno in un colore livido, di cenere: le finestre degli occhi ti si chiuderanno, come quando la morte le chiude sulla luce della vita. Le membra, perduta la loro agilità, rigide, dure e fredde, prenderanno l'aspetto della morte vera. Sotto questo aspetto rattrappito, preso in prestito dalla morte, resterai quarantadue ore; e dopo ti sveglierai come da un sonno tranquillo. Alla mattina, quando viene lo sposo per destarti, tu sei lì, morta.

Ma di cosa si compone la "mistura" che il frate fa ingerire alla povera Giulietta?

Si può presumere che uno dei suoi ingredienti fosse l'Atropa Belladonna, solanacea che agisce sul sistema nervoso perifico e centrale (e da cui estraiamo l'atropina). Uno degli erbari dell'età elisabettiana, The Herball or General Historie of Plantes di John Gerarde, le attribuisce poteri terribili: la pazzia, se assunta a piccole dosi; un sonno simile alla morte e la morte stessa, in quantità maggiori. (È probabile, fra l'altro, che Shakespeare abbia conosciuto personalmente Gerarde, e addirittura ne abbia visitato il giardino di essenze: dal 1598 al 1604 entrambi vivevano nella stessa area di Londra, a poca distanza).

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Da semplici essenze a pozioni magiche

La conoscenza delle essenze vegetali e delle loro proprietà ricorre ora in semplici citazioni (ad es. in Otello, atto III scena terza, 330-333, quando Iago pregusta gli effetti dell'inganno del fazzoletto sul Moro di Venezia: "Né mandragola né papavero né tutti i sonniferi del mondo varranno a ridarti il dolce sonno, tuo, di ieri sera"), ora a sottolineare la condizione dei personaggi (lo squilibrio di Re Lear "narrato" da Cordelia - atto IV, scena quarta, 1-5 -: "È lui! È lui, ahimè, , quello che hanno incontrato dianzi, pazzo come il mare in tempesta, e che cantava forte, incoronato di lappole, d'ortiche, di loglio, di cicuta e di tutte le erbacce che allignano in mezzo al buon grano che ci alimenta...").

Più volte invece il topos della pozione magica, del filtro di essenze naturali - e vegetali -, funge da catalizzatore, è determinante: come in Macbeth - l'immensa metafora della dialettica ragione-follia. In apertura del IV atto, le tre sorelle fatali - le norne: le parche della mitologia norrena -, poi universalmente note come "streghe di Macbeth", rimestano nel loro calderone la fattura grazie alla quale, immediatamente dopo, Macbeth conoscerà, da tre orrende apparizioni, le oscure profezie sulla propria sorte:

PRIMA STREGA - Torno torno alla caldaia
Gira - gira -
Butta giù nella ventraia
Velenosa, tutto giù!
Rospo stato sotto un sasso
Raggelato
Notte e giorno trentun giorno
Addormentato
E veleno ha trasudato,
Va' tu primo, rospo birbone
A bollir nel calderone.
TUTTE - Gruglia gruglia suda intruglia
Fuoco scotta
Ché la sbova giù borbotta.
SECONDA STREGA - Ora a te, serpe acquaiola,
Bolli e cuoci nella broda.
Ramarrocchio - gamba di bodda
Pel di nottola - lingua di botola
E di vipera forcuta,
Punta acuta d'orbettino
Gamba di geko - ala di allocco
Forza! Forza! - la fattura
Ha da farsi e già matura.
Schiuma sopra, scotta sotto
L'infernale calderotto.
TUTTE - Gruglia gruglia suda intruglia
Fuoco scotta
Ché la sbova giù borbotta.
PRIMA STREGA - Scaglia di drago - dente di lupo
Mummia di strega - becco di chiù
Milza di squalo che i mari - impaura,
Radica di mandargola dura
Nel buio nata e tirata su,
Cuore d'ebreo blasfemo e pazzo
Fiele di capra schegge di tasso
Tagliate a luna buia d'eclisse
Naso di Turco, lerfi di Tartaro
Dito di feto strangolato
Scodellato in una fossa
Dalla coscia d'una bagascia
Fate la broda vischiosa e grassa:
D'una tigre butta il cudrone
A colmare il calderone.
TUTTE - Gruglia gruglia suda intruglia
Fuoco scotta
Ché la sbova giù borbotta.
SECONDA STREGA - Fai sfreddare in sangue di gatta:
La fattura è bell'e fatta.

Altrettanto indispensabile al dipanarsi dell'intreccio è poi il filtro d'amore che il folletto Puck, per conto del re delle fate Oberon, deve spremere sulle palpebre di sua moglie Titania, regina delle fate. Un concentrato di viola del pensiero che la farà innamorare del primo che incontrerà, e così Titania dimenticherà quel servo giovanetto di cui anche Oberon si è invaghito... (Sogno..., atto III scena seconda, 102-104).

Ma sorvoliamo sull'intricatissima trama di Sogno di una notte di mezz'estate. Ciò che interessa è ancora sottolineare quanto il Bardo "si affidi" alle potenzialità dei magici poteri di erbe, piante e fiori. (E en passant ricordiamo che i quattro elfi al servizio di Titania si chiamano Fiordipisello, Bruscolo, Ragnatela e Grandisenape).

Amleto, un dramma di veleni

Ecco: passo passo siamo giunti a un secondo livello di questo nostro viaggio nello Shakespeare di impiastri, filtri e decotti, veleni e contravveleni vegetali. Hamlet in questo senso è doppiamente interessante. Vi è innanzitutto l'espediente col quale il re suo padre è stato assassinato. Amleto lo scopre dalle stesse parole dello spettro del suo genitore:

(Atto I, scena quinta)
SPETTRO - ... Dormivo in giardino, nell'ora del mio consueto riposo pomeridiano, senza sospetto, quando arriva strisciando di soppiatto verso di me tuo zio con in mano una fiala del maledetto giusquiamo: e per la porta dell'orecchio versa in me l'essenza di quella lebbra esiziale, nemica al sangue dell'uomo: ché, labile come l'argento vivo, pei naturali fornici e condotti del corpo umano con azione fulminea caglia, come il presore nel latte, il sangue fluido e sano dell'uomo.
Amleto e Orazio al cimitero, secondo la rappresentazione di Delacroix, immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente Eloquence

L'Amleto è un dramma di morte e veleni, figurati e reali.

Si è già detto di Marlowe e del sicario che uccide attraverso l'orecchio. Il testo inglese parla di una fiala di imprecisato henbane o hebona o hebenon (quest'ultimo, fra l'altro, in chiara assonanza con venom, 'veleno'). Si è a lungo dibattuto sulla traduzione: alcuni hanno proposto il tasso, altri l'ebano - entrambi con proprietà venefiche (note già ai classici: Dioscoride ecc.) -; in ultimo è prevalsa la scelta del giusquiamo o hyoscyamus niger (altra solanacea altamente tossica). Recenti studi medici in realtà individuano lo henbane in un composto di giusquiamo e scopolia carniolica: anch'essa solanacea - tutt'e due le piante contengono atropina e scopolamina, alcaloidi grandemente impiegati nella magia tradizionale antica, medievale e post-medievale.

Ma non siamo né chimici né biologi: a quanto già detto a proposito di Marlowe e del suo Edward the Second si aggiungano solo due episodi storici dei quali certamente Shakespeare era al corrente: l'assassinio di Francesco Maria I, duca di Urbino, a Pesaro, nel 1538, commissionato al barbiere-medico del duca da un tal Luigi Gonzaga e perpetrato con veleno introdotto nell'orecchio; l'accusa di avvelenamento del re di Francia Francesco II, nel 1560, per mano del medico Paré tramite polvere venefica nel canale auricolare.

Un veneficio vegetale, quindi, all'origine del dramma del principe di Elsinore. Eppure, scavando tra i versi di Amleto, le sorprese riservateci da erbe, piante e loro estratti, son tutt'altro che finite.

Erbe, piante ed estratti vegetali in Hamlet: efferati assassinii e occulti segreti

Hamlet è letteralmente un "dramma di veleni". Muore avvelenata anche la fedifraga madre del protagonista: bevendo dal calice che suo marito, il re usurpatore e omicida, aveva invece attoscato per Amleto. Morrà Amleto, nel breve spazio di mezz'ora, ferito dalla lama intinta di aconito (una ranuncolacea alpina) di Laerte.

(atto IV, scena settima, 141-149)
LAERTE - ...Così farò. E spalmerò la punta della mia spada con qualche unguento. Uno me ne son comperato da un fattucchiere, così potente, che a intingervi la punta d'un coltello, là dove appena cava sangue, non c'è decotto, neanche se fatto di tutte le erbe che hanno qualche virtù sotto la luna, atto a salvar dalla morte chi ne è stato scalfito; una goccia ne metterò sulla mia punta, e al primo graffio è un uomo morto.

(atto V, scena seconda, 325-326)
LAERTE - ...Amleto, sei morto. Nessuna medicina al mondo può salvarti. Non ti resta mezz'ora di vita.

(363-364)
AMLETO - Ah muoio, Orazio; il potente veleno soverchia in me gli spiriti della vita.

Mezz'ora. Secondo i trattatisti di erbari - il citato Gerarde per esempio - è questo il tempo esatto che l'aconitus napellus impiega per uccidere...

Facciamo un passo indietro. La nostra attenzione ora si sposta su Ofelia, l'amata del protagonista.

Figlia del ciambellano Polonio e sorella di Laerte, la si ricorda per la disperazione di cui diventa sventurata vittima allorché Amleto rinnega il suo amore per lei (in realtà per non comprometterla nel suo piano di vendetta contro l'assassino usurpatore, il re suo zio); e per la follia nella quale precipita dopo la morte, per mano dello stesso principe, del padre Polonio, nascosto dietro a un arazzo per ascoltare Amleto e sua madre. Follia che la porterà alla morte, più o meno volontaria, per annegamento.

Ma... c'è dell'altro in Danimarca. Subito dopo il celeberrimo "To be or not to be" (atto III, prima scena), Amleto respinge Ofelia.

OFELIA - Mio buon signore, come è stata vostra altezza in tutti questi giorni?
AMLETO - Vi ringrazio umilmente: bene, bene, bene.
OFELIA - Monsignore, ho qui certi vostri ricordi che da tempo volevo restituirvi. Prendeteli.
AMLETO - No. Io no. Non vi ho mai dato nulla, io.
OFELIA - Ma sì, mio degno signore: sapete bene di avermeli dati; e con parole di così dolce alito che ne accrescevano il pregio. Svanito il loro profumo, vi prego, riprendeteveli: diventano poveri per un animo sensibile i ricchi doni quando il donatore si rivela crudele. Ecco, a voi, altezza.
AMLETO - Ahà! Siete onesta, voi?
OFELIA - Che cosa, signore?
AMLETO - E bella?
OFELIA - Che intendete dire vostra altezza?
AMLETO - Che siete onesta e bella, la vostra onestà dovrebbe guardarsi bene dall'attaccar discorso con la vostra bellezza.
OFELIA - Potrebbe la bellezza, monsignore, meglio accoppiarsi che coll'onestà?
AMLETO - Sì; mille volte meglio. Perché arriverà prima la bellezza, con i suoi sortilegi, a fare della vostra onestà una prostituta, che non la forza dell'onestà a ridur la bellezza a sua immagine e somiglianza. Questo, un tempo, era un paradosso; ma il tempo nostro lo ha provato vero. Io vi ho amato, una volta.
OFELIA - Così, difatti, mi faceste credere, monsignore.
AMLETO - Non bisognava prestarmi fede. Non si potrà innestare la virtù, nel nostro vecchio ceppo, mai tanto a fondo, che la sua vecchia fibra non rigermogli. Io non vi amavo.
OFELIA - Tanto più fui ingannata.
AMLETO - Va' in convento. Perché vuoi farti matrice di peccatori, tu? Sono anch'io onesto, sufficientemente onesto. Eppure potrei accusarmi di tali colpe, che meglio sarebbe stato se mia madre non mi avesse mai partorito.
(...)
AMLETO - Se mai dovessi prendere marito, ti lascio in dote questo pronostico: fossi tu casta come ghiaccio e come neve pura, dalla calunnia non ti salverai. Va'. Va' in convento. Addio. Ma se tu d'un marito non potrai proprio fare a meno, sposati un babalocco: un uomo intelligente sa fin troppo che razza di mostro siete capaci di ridurlo. Va' in convento. E presto. Va'. Addio.
OFELIA - O potenze del cielo, fatelo guarire!

Non si tratta, come potremmo credere, del semplice rifiuto o, peggio, dell'aggressione verbale di un innamorato ormai fuori di senno (e del suo più acre disprezzo verso l'intero genere femminile). Non soltanto.

Che cosa, in realtà, Ofelia vorrebbe restituire ad Amleto? Perché l'autore non nomina esplicitamente quei "ricordi" che il principe finge di non rammentare ("Ma sì, mio degno signore: sapete bene di avermeli dati")?

E perché quelle metafore: l'innesto nel ceppo, il nuovo germogliare, la "matrice di peccatori"? E il rievocare il parto della madre (nota 2)?

Amleto, poi, mette chiaramente in discussione l'innocenza di Ofelia: "... fossi tu casta come ghiaccio e come neve pura...".

Il segreto è nelle piante: Ofelia

Se ancora non abbiamo compreso quale segreto Shakespeare abbia celato nelle battute dei suoi personaggi, lo scopriremo nell'atto seguente (IV, scena quinta): è il famoso, tristissimo monologo della follia di Ofelia - che scatenerà la vendetta del fratello Laerte. Lo scopriremo dalla serie di immagini, nomi, che Ofelia - in un lirismo struggente - evoca, elenca.

Immagini e nomi di piante, di erbe, di fiori.

OFELIA - (canta) "Lo portarono a viso scoperto
Nella bara al cimitero
Nannì, nannì, nonninònny
E sulla tomba una pioggia di pianto".
Addio, mia colomba.
LAERTE - Se tu, in possesso della tua ragione, avessi voluto scagliarmi alla vendetta, non avresti potuto farlo meglio che così.
OFELIA - Ma voi dovete farmi il ritornello a questo modo: "Lailailléra"... canterete il "lailailléra..." che va bene col giro dell'arcolaio. Fu il maggiordomo traditore a rapire la figlia del padrone...
LAERTE - Un nulla pieno di significato.
OFELIA - Ecco il rosmarino, per il buon ricordo: vi prego, il buon ricordo, amore; ed ecco le viole, i fiori dei pensieri.
LAERTE - Una follia che è monito. Pensieri e ricordi: tornano a proposito.
OFELIA - E il finocchio, per voi e le violacciocche. E la ruta per voi, e un po' anche per me. Alla domenica possiamo chiamarla l'erba della grazia. Ma voi la vostra ruta dovete portarla in altra guisa. Ecco una margherita. Vorrei darvi qualche violetta, ma son tutte appassite alla morte di mio padre. Dicono che ha fatto una buona fine. (...)
Ofelia di Waterhouse, fonte Wikimedia Commons, utente Fleance

La grande figura tragica di Ofelia ha drammatici accostamenti con piante abortive, nell'Amleto.

Il rosmarino è sì l'erba del buon ricordo; le viole sono sì cosignificanti del pensiero; la ruta simboleggia la tristezza e il pentimento, certo. Ma non solo.

Procediamo con ordine.

Primaria proprietà del rosmarino è quella d'essere un risaputo emmenagogo (dal gr. εμμηνα 'mestruo' e γωγος 'che fa uscire') e un potente abortivo.

Il finocchio, la seconda essenza nominata, è un altro emmenagogo.

Anche la ruta favorisce il mestruo, l'emorragia uterina e l'aborto. Fin dai tempi di Plinio il Vecchio e di Galeno, insieme con la violacciocca, è un ingrediente fondamentale dei semicupi, cataplasmi con decotti abortivi o dei tamponi vaginali che impedivano il passaggio dello sperma e a cui le donne ricorrevano per evitare, o interrompere, gravidanze indesiderate.

Così, nella Naturalis historia, accanto ai notissimi decotti di semi di lino o di semi triturati con carota selvatica, si affiancano i rimedi anti-fertilità a base di fieno ellenico, malva, ruta, artemisia, menta romana (nota 3), lattuga, ciclamino, violacciocca, melagrana, cedro del Libano (nota 4) e salice. Allo stesso modo, negli unguentari e ricettari dei "farmacisti" di Roma antica sono attestate analoghe misure contraccettive: dalle più blande ed economiche (una manciata di pillole d'impasto di mirto, seme di violacciocca e lupini amari in parti uguali; un tampone imbevuto - a seconda dello sviluppo del feto - di 9-12 grammi di foglie di ruta, 6-8 grammi di mirto e 6-8 grammi di lauro macerati in una coppa di vino) alle più costose (un pessario di violacciocca, crescione, zolfo, assenzio e mirra (nota 5) impastati in acqua, per impedire il movimento dello sperma).

Un sapere millenario, questo dell'impiego delle essenze vegetali come contraccettivi o per interrompere la gravidanza, certamente assimilato nella tradizione popolare e nella cosiddetta medicina tradizionale. Anche in quella secentesca dell'età elisabettiana.

Il genio di Shakespeare, acrobata del verso, non manca di sorprenderci: la musicalità delle sue frasi gioca a più livelli, offre e si presta a più letture. Il Bardo contemplò di certo un'Ofelia incinta di Amleto - e si divertì a suggerirlo con quel linguaggio, non soltanto simbolico, cui spesso ricorreva: le erbe, le piante, i fiori e le proprietà dei loro estratti.

Fra i molti veleni, complotti e segreti del dramma di Amleto, il segreto di Ofelia - l'ennesimo - deve obbligarci a una lettura più attenta, mai scontata e sempre nuova, dell'opera shakespeariana (nota 6).

Note

[1] Per la versione italiana del testo di Shakespeare, ove non segnalato altrimenti, si è ricorso alle diverse traduzioni di Cesare Vico Lodovici per Einaudi.

[2] Ma, a ben analizzare, Shakespeare gioca, ambiguamente e non, con richiami e doppi sensi in lungo in largo per l'Amleto: ad esempio Polonio, parlando con il principe, commenta tra sé (atto II, scena seconda, 220): «How pregnant sometimes his replies are!» (dove pregnant è insieme 'pregnante' e 'gravido' - non solo di significato). È poi Ofelia stessa, all'inizio del suo monologo delirante, a intonare una "canzone di san Valentino" pesantemente allusiva (atto IV, scena quinta, 60-63): «"...Young men will do't, if they come to't; / By cock, they are to blame. / Quoth she, 'Before you tumbled me, / You promised me to wed.'..."». Possiamo tradurre: I giovanotti lo fanno, se ne hanno l'occasione; / Perdio (ma la lettura tradizionale By God per By cock "purga" l'originale), sono da biasimare. / Lei dice: «Prima di rovesciarmi, / promettesti di sposarmi». In precedenza (atto III, scena seconda), tra Amleto e Ofelia in procinto di assistere alla messinscena teatrale che replica l'avvelenamento del legittimo sovrano, avevamo ascoltato questo scambio: «HAMLET - Lady, shall I lie in your lap? / OPHELIA - No, my lord. / H. - I mean, lay my head on your lap? / O. - Yes, my lord. / H. - Do you think I meant sexual matters? / O. - I think nothing, my lord. / H. - That's a fair thought to lie between maids' legs. / O. - What is, my lord? / H. - Nothing. / O. - You are merry, my lord. / H. - Who, me?» (AMLETO - Signora, potrei giacervi in grembo? / OFELIA - No, monsignore. / A. - Volevo dire, col capo in grembo a voi. / O. - Sì, monsignore. / A. - Mi avete attribuito un pensiero da bassoporto. [trad. libera per un esplicito sexual matters] / O. - No, monsignore. / A. - È un pensiero edificante, di stare tra le gambe di una ragazza. / O. - Che cosa dite, monsignore? / A. - Niente. / O. - Siete faceto, altezza. / A. - Chi? Io?).

[3] Che studi recenti confermano abortiva.

[4] Secondo Plinio il Vecchio, potentissimo abortivo.

[5] La resina di mirra era fra i contraccettivi più famosi.

[6] L'ipotesi della gravidanza di Ofelia è presente in vari studi e ricerche, specialmente in lingua inglese (una ricognizione complessiva del tema si trova nel saggio di J. Max Patrick «The Problem of Ophelia» (in Studies in Shakespeare, a cura di Arthur D. Matthews and Clark M. Emery, University of Miami Press, 1953). In Patrick la storia dell'evoluzione della teoria di un'Ofelia incinta è ripercorsa a partire dal XVII secolo con Jeremy Collier (vescovo inglese che si scaglia con un pamphlet contro l'immoralità del teatro), passando per Voltaire (il primo traduttore francese dell'Amleto - 1733); dal critico tedesco di primo Ottocento Boerne (1829) fino al contemporaneo Allardyce Nicholl. Altri testi da considerare sull'argomento sono lo studio di Elaine Showalter, «Representing Ophelia: Women, Madness, and the Responsibilities of Feminist Criticism» (in Shakespeare and the Question of Theory, a cura di Patricia Parker and Geoffrey Hartman, Methuen, New York 1985), e The Masks of Hamlet (University of Delaware Press, Newark, 1992) di Marvin Rosenberg, che tiene conto di più recenti interpretazioni e realizzazioni dell'Amleto: da Goethe, a Franco Zeffirelli, a Tyrone Guthrie e molti altri. Un'Ofelia incinta appare anche, mutatis mutandis, nel poema Una notte con Amleto del ceco Vladimír Holan (1905-1980). L'opera, una metafora della libertà negata e dell'oppressione (la Cecoslovacchia sotto il giogo sovietico) fu in scena ininterrottamente al teatro «Viola» di Praga, dal 1963, per 25 anni.

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