Siwa, ai confini del nulla

a cura di Artie Navarre

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Un viaggio avventuroso nel deserto egiziano alla scoperta della misteriosa oasi di Siwa. Seppur collocate in una dimensione onirica sul fondo di un oceano scomparso, sia la cittadella di Shali sia la 'montagna dei morti' dell'oasi di Siwa sono presenti nell'omonimo capitolo del romanzo fantascientifico 'La Dorsale Atlantica'.

Se chiedessi a qualcuno dove si trova Siwa, ben pochi mi risponderebbero.

Immagine rilasciata sotto licenza CC0, fonte WIKI

Veduta panoramica della cittadina di Shali.

Se poi specificassi che si tratta di un'oasi, non credo che la situazione migliorerebbe molto e probabilmente una mezza smorfia di delusione comparirebbe sul mio volto.

Forse gli interrogati tirerebbero a indovinare collocandola per così dire 'a sentimento' nel più famoso e grande dei deserti del pianeta: il Sahara; ed avrebbero anche ragione, ma sarebbe una ragione poco più che causale.

A questo punto nel lettore dovrebbero sorgere spontanee un paio di domande: perché mai questo luogo dovrebbe essere noto? E perché invece non lo è?

Una risposta molto sintetica alla prima potrebbe essere: perché lo merita!

E alla seconda? Beh... perché Siwa si trova in Egitto! E il patrimonio artistico culturale di questa nazione è talmente vasto e importante che 'una cugina di serie B delle piramidi' finisce per passare necessariamente in secondo piano rispetto a tutto il resto.

Ma forse a Siwa non dispiace e la sua posizione defilata sembra in qualche modo confermarcelo.

Se da Marsa Matruh, rinomata località turistica sulla costa del mar Mediterraneo a circa 240 km a ovest di Alessandria, decidessimo di inoltrarci nel deserto in direzione Sud Sud-Ovest, avremmo una sola opzione: una carreggiabile che prosegue a quattro corsie per una dozzina di chilometri, attraversando un'area di basse colline desertiche sino all'intersezione con una grande arteria egiziana, la Strada Costiera Internazionale d'Egitto, che collega il paese col Magreb, Porto Said al villaggio di Sollum al confine orientale con la Libia, a circa 145 Km da Tobruk.

Superato l'incrocio potremmo procedere su una strada a due corsie che, di lì a poco, interseca la solitaria linea ferroviaria Alessandria El Alamein - Tobruk - costruita con grandi sacrifici dagli inglesi e dagli egiziani durante la seconda guerra mondiale - e subito dopo si restringe, dirigendosi in pieno deserto.

Si tratta della Matruh - Siwa.

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Man mano che ci si addentra nelle aride desolazioni, i pochi cespugli verdi lasciano il posto a rocce e terre arse e sabbiose, mentre l'aspetto collinare scema in una pianura vagamente ondulata.

In lontananza profili regolari di rilievi come onde di pietra che non giungono mai a destino.

Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons BY 2.0, fonte http://www.wikiwand.com/en/Siwa_Oasis

Dettaglio delle abitazioni in mattoni di fango di Shali.

Saltuariamente la carreggiabile incontra sterrate rettilinee forse dirette verso moderne installazioni petrolifere o forse verso antichi villaggi di cui si è persa la memoria.

L'uniformità del paesaggio confonde le nostre percezioni e difficilmente potremmo accorgerci di essere saliti di quota.

Ad almeno 100 Km dalla costa stiamo infatti attraversando un altopiano a più di 200 m di altezza.

Continuando per una cinquantina di Km incrociamo un autogrill, alcune costruzioni, una piccola moschea e un'insegna che ci spiega che stiamo entrando nell'area protetta di Siwa.

Essa è posta nei pressi del bivio con la strada Qara che, procedendo verso Est per circa un centinaio di Km, attraversa il deserto fossile, scende nell'omonima depressione per raggiungere infine l'omonima oasi, una delle più piccole e meno note del deserto del Sahara.

Ci troviamo ad almeno 100 Km a Nord Est dell'oasi di Siwa. Da qui è ancora possibile raggiungerla, anche se non è consigliabile: la strada Qara si trasforma infatti in una pista sabbiosa non facile da seguire.

Torniamo dunque idealmente al nostro bivio e immaginiamo di proseguire lungo la Matruh - Siwa.

Percorso un altro centinaio di Km ci imbattiamo improvvisamente nella base aerea di Uthman.

Lentamente il paesaggio comincia a cambiare.

In lontananza, verso Sud, bianche rocche calcaree si ergono dal deserto e ci potrebbe sembrare di salire ancora, ma non è così: le loro vette prevalentemente piane o tondeggianti sono spesso di poco superiori alla quota dello zero altimetrico e questo ci indica che non solo siamo scesi, ma stiamo entrando in una grande depressione le cui aree più basse raggiungono i - 20 m sotto il livello del mare.

Un bivio con una sterrata che procede da Est a Ovest per scomparire nel nulla dopo pochi chilometri ci avvisa che siamo prossimi a un secondo aeroporto.

E' il Siwa Nord, poco più che una pista per jet privati posta a una quindicina di chilometri dall'oasi.

Superandolo, il tracciato stradale prosegue ancora rettilineo per qualche chilometro per poi piegare prima a destra, rettificare a sinistra e poi nuovamente a destra scendendo ancora, ma questa volta in maniera più sensibile.

Le rocce calcaree che si intravvedevano all'orizzonte adesso ci circondano apparendoci come resti di antiche piramidi erette da un popolo dimenticato, ben prima della comparsa dell'uomo sulla Terra. L'erosione le ha lavorate per migliaia e migliaia di anni smussandone le asperità al punto da aver preso l'appellativo di 'montagne coniche'.

Se potessimo ispezionarle più da vicino noteremmo su alcune di loro la presenza di zone d'ombra che nascondono varchi di entrata di gallerie che si addentrano nel cuore di queste piramidi naturali.

Si tratta di tombe, una molteplicità di tombe di cui tutta la zona è cosparsa.

Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons BY 2.0, fonte http://www.wikiwand.com/en/Siwa_Oasis

Ultimo muro ancora in piedi del tempio di Amun a Umm 'Ubeida.

Finalmente un primo bivio e alcune basse costruzione bianche ci annunciano che stiamo entrando nell'oasi.

E' la strada che porta ad Al-Baharia, un'oasi a circa 350 km a Est di Siwa, più popolosa e vicina al Cairo.

Il terreno arido lascia lentamente spazio alle coltivazioni di palme da dattero e ulivi.

Proseguendo lungo la strada principale, mentre le macchie verdi vanno intensificandosi, ecco che sulla sinistra ci appare qualcosa di inaspettato: uno stabilimento industriale per l'imbottigliamento dell'acqua.

Siwa è infatti un'oasi che abbonda di sorgenti d'acqua dolce (se ne conoscono almeno 300), sorgenti che in parte servono al soddisfacimento dei bisogni della sua popolazione - che raggiunge la ragguardevole cifra di 15.000 unità - e che in altra parte sono utilizzate per l'irrigazione dei campi.

Il progressivo allagamento e l'estensione delle terre coltivate porta però con sé il rischio di coinvolgere le grandi distese di sale che si trovano ai margini dell'oasi, sale che potrebbe entrare in soluzione nell'acqua e rendere conseguentemente sterili i campi coltivati. Per questo è necessaria una costante opera di drenaggio delle acque e un assiduo controllo.

D'altronde questo fenomeno avviene in parte già naturalmente, essendo esso stesso una delle cause della presenza degli estesi laghi salati tra cui Siwa sorge come il Birkat Siwa, il più importante a Ovest di Shali, la città antica, il Birkat Maraqi, separato dal precedente dai monti Gebel Hamra e Gebel Bayda, il Birkat Aghurmi e il Birkat Samar Abu Ishaq immediatamente a Est di Shali, il piccolo Birkat Azmuri e il più grande Birkat Zaytun (un lago dalla larghezza contenuta ma dalla lunghezza superiore ai 10 Km), questi ultimi importanti per l'industria dell'estrazione del sale.

Così come l'oasi è caratterizzata da una molteplicità di sorgenti d'acqua dolce e laghi salati, anche i villaggi sono diversi per quanto Shali sia senza dubbio quello più importante.

In posizione centrale si stagliano le rovine della sua fortezza, la cui costruzione risale all'anno 1.203 D.C. Fino al secolo scorso l'edificio poteva essere ammirato in tutta la sua maestosità a cominciare dalle mura esterne alte sino a 10 m, veri e propri bastioni posti a protezione di abitazioni alte sino a sei piani, dei loro stretti vicoli e dei molteplici passaggi coperti che fungevano da ulteriore collegamento al riparo dal sole.

A mutarne completamente l'aspetto non sono state le invasioni di altri popoli o i danneggiamenti provocati nel corso di qualche guerra (ricordiamo i bombardamenti inglesi prima e quelli italiani poi nel corso degli anni 40'), bensì tre giorni di intense piogge cadute nel 1926: l'acqua assorbita dai materiali da costruzione fatti di concrezioni di terra e sale (karshif, nella lingua locale) finì per scioglierne una buona parte, cosa che determinò il crollo di molte case e di parti importanti delle mura.

Lo stesso fenomeno, seppur meno intenso, si ripropose nel 1970 e poi nel 1982, dando il colpo di grazia a coloro che si erano ostinati a rimanere a vivere all'interno della città antica che fu così abbandonata, finendo per assumere l'aspetto della città fantasma dai contorni fiabeschi che è oggi.

E così come non potremo più vederla brulicante di vita e attività, mai sapremo se davvero i passaggi sotterranei che secondo le leggende avrebbero dovuto collegarla alla moschea fuori dalle mura e alla misteriosa collina che svetta tra i palmeti e gli ulivi 1 km più a Nord, siano esistiti veramente.

Si tratta della Gebel el-Mawta, la 'montagna dei morti', un bianco promontorio dalla forma conica che ospita centinaia di tombe della XXVI dinastia, oltre a quelle di epoca romanica e tolemaica.

Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons BY 2.0, fonte http://www.wikiwand.com/en/Siwa_Oasis

Fuori l'oasi di Siwa, solo sabbia e il nulla.

Nonostante gli indigeni la ritengano abitata dagli spiriti ed evitino perciò di avventurarvisi, soprattutto la notte, molte delle sue tombe sono state saccheggiate e altre ancora gravemente danneggiate dalle bombe sganciate da inglesi e italiani nel corso della Seconda Guerra Mondiale, al punto che ne sono rimaste solo quattro degne di nota: la tomba di Si-Amon che ospiterebbe un ricco abitante di origine greca, la tomba incompiuta di Mesu-Iside sul cui capitello di ingresso vi è rappresentato in nero e blu un cobra egiziano, la tomba del Coccodrillo che mostra alcune decorazioni di Hathor, Osiride e alcuni animali tra cui un coccodrillo e infine la tomba di Niperpathot, la più grande e antica dell'oasi, che possiede iscrizioni realizzate con pigmento rosso.

La montagna dei morti, che a dispetto del nome è poco più che uno spuntone di roccia calcarea avente un'estensione compresa tra i sei e i sette ettari, non è l'unico luogo sacro dell'oasi.

A circa 5 Km Ovest di Shali si elevano su un piccolo promontorio le antiche rovine del villaggio di Aghurmi, da cui prende nome il lago poco più ad Est, primo insediamento dell'area. Nel punto più alto si trovano i ruderi del tempio dell'oracolo di Amon, il dio Sole, risalenti al VI secolo A.C.

Secondo per fama in tutto il bacino del Mediterraneo solamente a quello di Delfi, l'oracolo di Amon fu visitato in antichità da personaggi notevoli tra cui spicca sopra tutti Alessandro Magno.

Questi aveva appena strappato ai persiani la città fenicia di Tiro e avrebbe potuto dirigersi direttamente a Est per affrontare gli eserciti di Dario ma preferì recarsi a Sud in Egitto.

A quel tempo gli egiziani erano sottomessi ai persiani e dovevano pagare loro un tributo ogni anno. Seppur la cifra fosse accettabile, le popolazioni del Nilo sopportavano a fatica il dominio straniero in quanto gli asiatici ostentavano disprezzo per le loro divinità, deridendo spesso i loro culti con fare arrogante e imponendo la superiorità dei propri.

Inoltre, dal punto di vista economico, cercavano di mantenere il regno dei faraoni il più isolato possibile dal resto del bacino del Mediterraneo, ostacolandone in tutti i modi il commercio con le popolazioni greche al fine di favorire i fenici loro protetti (la presenza dei mercanti stranieri greci era tollerata solo nella piccola città di Naucrati, dove avevano a disposizione alcuni fondaci ma non un porto).

Ben conoscendo la situazione, la prima cosa che Alessandro fece dopo essere entrato in Egitto fu di andare a rendere omaggio al Toro Apis. La seconda fu quella di costruire un grande porto in posizione strategica sulla foce del braccio occidentale del delta del Nilo, su un sottile tombolo tra il mare e la palude Mareotide presso l'isola di Faro, sulla quale costruì una torre di segnalazione per le navi. Con Tiro distrutta era infatti necessario trovare una sostituta: nacquero così nel 331 a.C. Alessandria e il suo celebre faro, che dall'isola prese nome.

Già proclamato faraone, Alessandro si diresse verso Siwa per consultarne l'oracolo, scegliendo tuttavia un itinerario inconsueto per la viabilità dell'epoca in quanto inizialmente si mosse lungo la costa in direzione Ovest fino a Paretonio (l'attuale Marsa Matruh) e soltanto dopo puntò verso Sud percorrendo con circa 2.300 anni di anticipo l'itinerario descritto all'inizio di questo articolo o almeno provandoci, in quanto di fatto le sue guide si persero e il viaggio diventò una vera avventura. Il filosofo Callistene, che viaggiava al suo seguito come storico ufficiale, racconta che a quel punto fu l'oracolo stesso a muoversi in favore del re, inviandogli prima una provvidenziale pioggia e poi due corvi a indicargli la direzione dell'oasi. Quando Alessandro giunse a Siwa fu accolto come figlio in quanto Ammone (Ra) era considerato il padre fisico del faraone. Egli gli rivelò cose del suo passato e del suo futuro che inizialmente non furono rivelate ad alcuno, ma che in un secondo tempo furono volutamente rese note. La più importante era senza dubbio che Alessandro avrebbe conquistato il mondo, cosa che ancor più rafforzò il legame tra il faraone straniero e gli egizi.

Ma probabilmente la scelta dell'oracolo di Siwa non fu soltanto fatta in quest'ottica.

A Siwa le popolazioni berbere che da sempre vi vivono in una condizione di relativo isolamento dal resto del mondo, tendevano a identificare Ammone con Zeus, padre degli dei per i greci e non non è un caso se, procedendo dal promontorio in cui si trovava l'oracolo in direzione Sud, a poco meno di 1 Km di strada, si incontrano le vestigia di un secondo tempio, quello di Giove-Amon (o tempio di Umm Ubayda) purtroppo quasi interamente crollato (recentemente sarebbe anche stato scoperto un passaggio sotterraneo tra i due templi). L'equivalenza faceva dunque sì che Alessandro diventasse automaticamente anche figlio di Giove/Zeus, padre dei greci, ponendo di fatto le basi per un'alleanza tra due popolazioni che fino a quel momento avevano avuto, come si è già accennato, scarsissimi contatti.

Plutarco riporta che 'Alessandro stesso, in una lettera alla madre, dice di aver avuto alcune notizie segrete dall'oracolo che al suo ritorno avrebbe rivelato a lei sola. Alcuni dicono che il sacerdote, volendo rivolgersi a lui con affetto, disse in greco la parola: "o paidion" ("o figlio"), ma per errore pronunziò l'ultima consonante "s" al posto di "n", e ne risultò: "o paidios" ("o figlio di Zeus"); Alessandro fu lieto per questo errore di pronuncia e si diffuse poi la voce che il dio stesso lo aveva chiamato figlio di Zeus'.

Casuale o meno che fosse, anche questa 'svista grammaticale' contribuì a far sì che l'impresa di Alessandro proseguisse con un sempre maggior appoggio delle differenti popolazioni del bacino del Mediterraneo.

E l'esperienza fatta durante il soggiorno nell'oasi fu per lui talmente importante da manifestare più volte nell'arco della vita l'intenzione di farvisi seppellire.

A più di due millenni di distanza qualcuno cerca ancora la sua tomba tra gli specchi d'acqua di un mare ormai scomparso e quello di sabbia che nei secoli è andato prendendone il posto.

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