Terrore o orrore, due reazioni a confronto - Terza parte

a cura di Maurizio Garreffa

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Il cambiamento della reazione alla paura nelle persone, secondo la cultura e la predisposizione psicologica o emotiva.

"Il terrore uccide, non la morte"
(R. Kipling)

Terzo passo: come cambia la paura nelle persone?

A questo punto, spero d'aver chiarito alcuni passaggi:

  1. il significato ambiguo del termine perturbante secondo la definizione di Freud;
  2. la sottile differenza tra i termini orrore e terrore nella letteratura e sui dizionari;
  3. la classificazione di terrore in paura primaria e di orrore in paura secondaria;
  4. che la paura primaria è una risposta irrazionale e psicologica, che fa reagire chi si spaventa, mentre la paura secondaria è una risposta fisiologica, che annichilisce e porta disgusto e ribrezzo.

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Questi punti, interessanti per quanto riguarda l'aspetto teorico, ci hanno permesso soprattutto di riflettere sulla maniera di scrivere horror, con la particolarità di essere realistici. Prima di passare agli argomenti successivi, dunque, mi piacerebbe citare qualche esempio conclusivo. Il primo che mi viene in mente è tratto dall'opera di Stevenson, "Dr. Jekyll and Mr. Hyde". Il diverso, Hyde, crea un certo orrore per la sua bruttezza e per il carattere sfuggente dei dati che la determinano, ossia per l'impossibilità a fissarla entro una serie di aggettivi precisi e qualificanti. Dunque, aggiungiamo questo particolare: l'orrore (come vedremo anche tra qualche riga) è dato dalla sua sostanziale ineffabilità. Ecco alcune descrizioni di Hyde:

Enfield: "Non era come un uomo, era una specie di dannata Juggernaut... Mi lanciò uno sguardo così feroce che il sudore mi bagnò come dopo una corsa... Non è facile a descriversi. C'è qualcosa che non va nel suo aspetto, qualcosa di sgradevole, anzi di ripugnante. Non ho mai visto un uomo che mi disgustasse tanto e non so dire perché. Dev'essere deforme, in qualche parte del corpo: dà la sensazione di essere deforme..."

Utterson: "...non giustificava lo strano miscuglio di disgusto, repulsione e orrore che incuteva. Dio mi benedica, quell'uomo non sembra un essere umano."

Lanyon: "Ero colpito dalla strana soggettiva sensazione di fastidio che mi causava la sua vicinanza. Mi pareva di avvertire un senso di irrigidimento, accompagnato da un notevole affievolirsi del polso;"

Ecco, per tutti e tre i protagonisti non ci sono argomentazioni plausibili e razionali per spiegare la propria paura, meccanismo che provoca un sentimento d'orrore. La visione di Hyde, infatti, esce dalla cognizione del mondo propria di Enfield, Utterson e Lanyon e dalle loro conoscenze sul soprannaturale e sulle tipologie umane a loro note. E' una sensazione che dunque crea orrore e lascia inermi (mi bagnò come dopo una corsa; notevole affievolirsi del polso; senso di irrigidimento). Dato che tutti e tre non hanno reazione, ma sbigottimento incline all'annichilimento, Stevenson ci conferma che l'orrore può essere davvero accostato alla paura secondaria.

Vorrei fare ancora un esempio del passaggio da terrore a orrore, questa volta prendendo come riferimento il testo di John Fowles, "The French Lieutenant's Woman". In questo appassionante romanzo, il filo rosso è una sottile e psicologica storia d'amore tra due persone appartenenti a sfere sociali diverse. In breve, il ricco e borghese Charles si innamora (flirta, potremmo dire) di Sarah, una ragazza outcast, disorientante e passionale. Sarah è l'elemento perturbante di Charles: lui, nonostante sia pazzo di lei, è allo stesso tempo spaventato. Cedere alle ragioni del cuore, infatti, significherebbe andare contro i canoni della propria cultura e della propria dottrina sociale. A metà narrazione, tuttavia, Sarah gli confessa il proprio innamoramento. Charles ha la prima reazione:

"Il momento sopraffece l'epoca. Egli la prese tra le braccia, vide gli occhi chiusi di lei mentre ondeggiava nel suo abbraccio; allora chiuse anche i propri e trovò le sue labbra."

Ma è solo un istante. Charles respinge Sarah con violenza e si precipita alla porta. D'accordo, siamo di fronte al terrore, alla paura primaria, irrazionale e psicologica. Si possono trovare mille spiegazioni plausibili e razionali per la confessione di lei e per la reazione di lui, che dapprima risponde al bacio e poi scappa in preda ai sensi di colpa. Fino a quel momento, quindi, il perturbante è ben spiegato dalla razionalità di Charles: il bacio è normale, ricusarlo è altrettanto possibile. Poi il narratore aggiunge:

"...into yet another horror."

Ossia, Charles scappa per piombare in un orrore ancora peggiore. Charles, infatti, vivrà con orrore e scoramento infinito l'idea di staccarsi per sempre dal solido ancoraggio della tradizione nobiliare per avventurarsi nel mare infido e umiliante di una attività lavorativa. In questo caso la dicotomia orrore/terrore non emerge in un'azione, ma in un comportamento psicologico di ampio respiro, che si legge tra le righe di un intero romanzo. Charles non è preparato al cambiamento sociale che subisce, non è preparato al rifiuto dei familiari, non è preparato alla perdita dei propri privilegi. Charles, dopo la reazione primaria, annichilisce: è, come è scritto, rassegnato.

Questi esempi ci introducono al passo successivo.

Cosa succede quando due persone di diversa cultura si trovano di fronte allo stesso fenomeno pauroso?

Se è vero, come abbiamo detto, che la paura nasce nel momento in cui ciò che vediamo supera le cognizioni del nostro mondo, la variabile in questo assunto sono proprio le nostre conoscenze. Un identico evento pauroso può dunque ingenerare terrore o orrore solo in base al rapporto che l'evento viene a creare con lo spazio simbolico della persona, con le sue cognizioni e il suo sapere. Pertanto, la risposta al perturbante sarà diversa da persona a persona. Di questo bisogna tenere conto se vogliamo rappresentare in maniera realistica una storia di paura. Giulio Dello Buono prende come riferimento un racconto di Hoffmann, "Il Maggiorasco": il castello dove il vecchio prozio e suo nipote risiedono temporaneamente è infestato da uno spettro, conseguenza di un fatto di sangue avvenuto nel passato.

Personaggio 1 (nipote): "[...] la porta che dava sull'antisala si aprì con un gran colpo. Saltai su terrorizzato, il libro mi cadde dalle mani. Ma nello stesso momento tutto tornò silenzioso e io mi vergognai della mia infantile paura! Era probabile che la corrente d'aria avesse spalancato in un modo o nell'altro la porta. Non era nulla... La mia fantasia sovreccitata trasformava in un che di spettrale ogni fenomeno naturale! Così tranquillizzato raccolsi il libro da terra e ricaddi nella poltrona. Piano e lentamente, a passi cadenzati, qualcosa attraversò la stanza sospirando e gemendo, e in quei sospiri e in quei gemiti c'era l'espressione del più profondo dolore umano, della più sconsolata disperazione. Ah! Deve essere un animale malato, rinchiuso al piano di sotto. Le illusioni acustiche della notte sono note, tutto ciò che risuona in lontananza sembra vicino. Chi potrebbe spaventarsi per una cosa simile? Così mi tranquillizzai di nuovo, ma a questo punto dal muro nuovo vennero dei forti, profondi sospiri, come emessi nella terribile angoscia della morte e si udì grattare, "Sì, é un povero animale rinchiuso - adesso griderò, picchierò forte col piede sul pavimento e tutto tornerà tranquillo...""

In questo caso, l'uomo tenta di giustificare gli eventi a cui è costretto ad assistere; sono tentativi di autocontrollo, sforzi per non cedere all'orrore. Cosa che non accade: "Il sangue nelle vene mi si era fermato. Sudore freddo mi imperlava la fronte, rimasi seduto, immobile, nella mia poltrona, incapace di alzarmi e ancor meno di chiamare." Le difese del personaggio sono crollate, come da teoria sull'orrore. Il giorno dopo si manifesta lo stesso evento, questa volta in presenza sia del nipote sia del prozio.

Personaggio 2 (prozio) "Con terribile fracasso la porta si spalancò e come il giorno precedente dei passi lievi e lenti aleggiarono per la sala mentre tornarono a farsi sentire i gemiti e i sospiri. Il vecchio era impallidito, ma i suoi occhi brillavano di un fuoco inconsueto, si alzò dalla poltrona, ed eretto nella sua imponente figura col pugno sinistro piantato nel fianco e il braccio destro teso verso il centro della sala sembrava un eroe in atteggiamento di comando. I gemiti e i sospiri si fecero sempre più forti e impercettibili e si udì grattare alla parete in modo ancor più orribile del giorno prima. Il vecchio allora avanzò dritto e con passo fermo, tanto da far rimbombare il pavimento, verso la porta murata. Vicinissimo al luogo da cui proveniva un raspare sempre più folle egli si fermò e disse con voce forte e solenne che mai gli avevo sentita: "Daniel, Daniel! Che fai qui a quest'ora!" Udimmo allora un grido orribile e spaventoso e un colpo sordo, come se un peso fosse precipitato al suolo. "Va' a impetrar grazia e pietà al trono del Signore, è lì il tuo posto. Sparisci dalla vita di cui non puoi più esser parte!" Così gridò il vecchio ancor più forte di prima e parve allora che un sommesso pianto attraversasse l'aria e andasse a spegnersi nel sibilo della bufera che cominciava a levarsi. Il vecchio andò allora alla porta e la richiuse con forza tale che l'antisala, vuota, rimbombò."

Nipote e prozio rispondono diversamente. Il primo resta passivo, il secondo ha una reazione.

Nel caso del giovane, l'evento soprannaturale è qualcosa che supera le proprie barriere dell'immaginazione. Il prozio, invece, conosce il fatto di sangue avvenuto nel castello, è un evento che non gli è nuovo. Dunque, il suo spazio simbolico e la sua cognizione più ampia gli permettono di non accedere all'orrore. Esaminiamo un altro esempio: L'incubo di Hill House di Shirley Jackson. Avevo in mente un paio di storie di Stephen King, ma ho preferito toccare qualcosa di meno noto. Come già si evince dalla copertina del libro, la cosiddetta "Casa" è un trionfo di angosciante architettura in una landa buia e desolata. Alcuni personaggi, riuniti dal professor Montague, laureato in antropologia ed esperto di fenomeni paranormali, cercheranno di abitarla nel tentativo di capire quali segreti nasconde. Quando ognuno di loro entra per la prima volta a contatto con la "Casa", le reazioni si rivelano differenti (uno dei punti più importanti nello scrivere una storia di paura (e non solo), è proprio quello di tener conto dei diversi caratteri dei personaggi).

Eleanor Vance: "Avrei dovuto fare dietrofront al cancello, pensò Eleanor; la casa le aveva provocato una stretta ancestrale alla bocca dello stomaco. Seguì con lo sguardo i contorni dei tetti, sforzandosi inutilmente di localizzare il male che vi albergava, quale che fosse. La tensione le gelò le mani e la fece annaspare alla ricerca di una sigaretta, e al di là di tutto, mentre ascoltava la voce forsennata dentro di lei che sussurrava Vattene di qui, vattene, aveva paura."

Eleanor sceglierà di andare avanti, insomma, sceglierà la "Casa" (anche se alla fine della storia si scoprirà quanto sia vero il contrario, ossia che è la Casa a scegliere la giovane protagonista). E' orrore? Credo di sì, perché la costruzione (Era una casa disumana, non certo concepita per essere abitata) supera qualsiasi concezione sulle case che la donna si è fatta fino a quel momento. Di più: quella casa, chiaramente disumana, ha addirittura qualcosa di umano che è spregevole: la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Poi si legge:

Eleanor Vance: "Cercando di non alzare gli occhi verso la casa - non avrebbe nemmeno potuto descriverne il colore, o lo stile, o la misura, a parte il fatto che era enorme e buia, e incombeva dall'alto - mise di nuovo in moto e percorse l'ultimo tratto del viale..."

Se riprendessimo in mano l'esempio tratto da Stevenson ci accorgeremmo di alcune somiglianze. Secondo Enfield, infatti, Hyde non è: facile a descriversi. C'è qualcosa che non va nel suo aspetto, qualcosa di sgradevole, anzi di ripugnante. Non ho mai visto un uomo che mi disgustasse tanto e non so dire perché. Eleonor e la sua paura ci confermano quanto detto prima: l'orrore nasce dall'incontro con qualcosa che è sfuggente, perché sfuggenti sono i dati che determinano quel qualcosa, ed è impossibile fissarlo entro aggettivi chiari e precisi. L'orrore è dato dalla sua ineffabilità. Ma questa è Eleanor.

"Per tutto il tempo che passerò qui sarò terrorizzata" disse Theodora "al pensiero che una di quelle colline ci crolli addosso".
"Non crollano. Smottano in silenzio e di soppiatto, ti rotolano addosso mentre cerchi di scappare via".
"Grazie" disse Theodora con un filo di voce. "Quello che ha cominciato Mrs. Dudley, tu l'hai completato alla perfezione. Vado a fare la valigia e me ne torno subito a casa".
Eleanor la fissò credendole per un attimo, poi vide la faccia divertita dell'altra e pensò: Ha molto più coraggio di me.

Theodora reagisce diversamente all'incontro con la Casa. Ha paura (Io sono Theodora. Theodora e basta. Che schifo di casa...), ma è una paura diversa, più isterica, più divertita, della serie "che ci faccio qui? Perché non ho dato retta al mio oroscopo?". Insomma, il suo somiglia più a un terrore dilagante, ma non all'orrore disarmante e disorientante di Eleanor. Eppure la Casa è la stessa, guardate la copertina ok?

"Eravamo in esplorazione".
"Oh, grazie, tanto ci ha accolti una vecchia strega inacidita" disse lui. "«Molto piacere,» mi ha detto «spero di trovarla ancora vivo quando torno domattina, e la cena è sulla credenza». Dopo di che, si è allontanata in una cabriolet ultimo modello col Primo e Secondo Assassino".

E questo è Luke Sanderson. La sua reazione è esageratamente divertita, una tacca in più di Theodora. E' sprezzante, direi, e per buona parte della storia non cambia (E' dentro, a godersi la sua casa stregata; Insomma, sono sicuro che in questa casa noi ci staremo da re). Lui non prova nemmeno terrore, ma una singolare paura che è quasi un fastidio: d'altra parte è figlio di uno dei proprietari della casa. Ne ha sentite di cotte e di crude, è a conoscenza di tutti i retroscena inquietanti e ha avuto certamente modo di valutarli. Ha più di una spiegazione razionale da dare ai misteri di quell'orribile immobile, garantito. Luke ha lo stesso bagaglio culturale del prozio che abbiamo trovato nel racconto di Hoffmann. E adesso veniamo a questa scena, che ci dice quanto può essere diversa una reazione di fronte al perturbante:

"...ed era già a metà stanza quando sentì la porta di Theodora che sbatteva, e poi il suo "Eleanor!" soffocato. Eleanor uscì di corsa in corridoio e si precipitò alla porta di Theodora. Lì si fermò inorridita a guardare alle spalle dell'altra. "Cos'è?" sussurrò.
"Cos'è?". La voce di Theodora era alterata, folle. "Secondo te cos'è, imbecille?"
Anche questa non gliela perdono, registrò Eleanor nel mezzo della sua confusione. "Sembra vernice" disse esitante. "Solo che..." si rese conto "puzza da morire".
"E' sangue!" tagliò corto Theodora. Si aggrappò alla porta con gli occhi sbarrati, oscillando mentre la porta si muoveva. "Sangue" disse. "Dappertutto. Lo vedi?"
"Certo che lo vedo. E non è dappertutto. Piantala di agitarti tanto".

La reazione delle due donne è diversa, soltanto che qualcosa è cambiato: il terrore isterico tenuto a freno dalle convinzioni sul paranormale di Theodora è esploso dopo alcuni giorni di vita nella Casa. Lei scherzava sulle stranezze di Hill House, metteva le sue paure da parte con una risata e via. Semplicemente, Theodora non regge a quella visione, ora non ha spiegazioni razionali da darsi e non riesce più a scherzare, persino il suo linguaggio cambia registro. Eleanor invece è strana, forse un'outcast come la Sarah di John Fowles, chi lo sa. D'altra parte, ci spiega il professor Montague, è una donna che ha avuto a che fare con fenomeni (veri o presunti) di poltergeist. Crede, in un certo modo, di essere l'eletta, una sorta di predestinata a qualcosa (io sono l'eletta, pensò dissennatamente, sono fuori dal gruppo). Insomma, il paranormale può esistere, per lei è una spiegazione plausibile, inoltre ha già avuto modo di essere protagonista di una scena simile poche pagine di libro prima. All'orrore iniziale, Eleanor ha dato una spiegazione (questa volta sono pronta, si disse Eleanor): ora, quel sangue non le fa paura. E' cresciuta, si può dire. Theodora ha fatto un percorso inverso, ed ecco che di fronte allo stesso evento le due ragazze reagiscono in modo differente e rovesciato (è possibile che non sia del tutto in me in questo momento?, pensa Eleanor).

Inoltre, le protagoniste di questa storia come i protagonisti delle altre storie citate, hanno avuto un motivo diverso per reagire alla paura. E' questo che mi interessa: come e perché rispondiamo alla paura?, mi chiedo.

"La paura è la rinuncia alla logica, l'abbandono volontario di ogni schema razionale. O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo; non possiamo andarle incontro a metà strada."

Sarà da queste parole del prof. Montague che tenteremo di dare una risposta alla mia domanda.

Fonti e letture consigliate:

R. Rutelli, Semiotica (e)semplificata, Edizioni dell'Orso, coll. Mythos/Logos, Torino 2000.
R. Rutelli, Quell'oscura innocenza della seduzione - discorsi e percorsi della passione, Liguori Editore, Coll. Strumenti, Napoli 2001.
R. Rutelli, Il desiderio del diverso - saggio sul doppio, Liguori Editore, Coll. Strumenti, Napoli 1990.
S. Jackson, L'incubo di Hill House, Adelphi Edizioni, Milano 2004.
R. L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mr. Hyde, Fabbri Editore, Coll. I Delfini, Milano 2004.
J. Fowles, La donna del tenente francese, ed. A. Mondadori, Milano 1994.
E.T.A. Hoffmann, Il maggiorasco e altre novelle, a cura di B. Allason, UTET, Coll. I grandi scrittori stranieri, Torino 1941.
Giulio Dello Buono, Una nota su terrore e orrore come tecniche narrative e fatti sociali, Dismisura - versione aperiodica on line, Fantasmatico, anno XXVIII, n°120.

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