Breve storia della fantascienza e del fantastico in Portogallo

a cura di Stefano Valente

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I. GLI ESORDI

Passarola, di padre Bartolomeu de Gusmão, credit immagine http://affcc.webnode.pt/

Una rappresentazione della Passarola di padre Bartolomeu de Gusmão (credit immagine)

La prima "caravella del pensiero": la Passarola di padre Bartolomeu de Gusmão

Senza tener conto della coppia mitica di Dedalo e di suo figlio Icaro, che fugge dal labirinto di Cnosso grazie ad ali artificiali, il primo uomo a spiccare il volo sarebbe stato un portoghese: padre Bartolomeu de Gusmão.

Siamo nell'anno 1709, lo scenario è la Casa da Índia di Lisbona, l'istituzione che amministra i territori e i commerci delle colonie lusitane. Il gesuita Bartolomeu Lourenço de Gusmão è un giovane e geniale inventore: si è appena trasferito dal natio Brasile - allora dominio della corona portoghese - dove si è già segnalato per la costruzione di un sistema idraulico per pompare le acque fluviali nel seminario dei suoi studi. Ma il congegno che adesso esibisce, alla presenza della nobiltà e del re Dom João V, è strabiliante: si tratta di un vascello volante, in grado di sollevare in aria il suo manovratore.

In realtà della Passarola, o Barcarola - come è tuttora ricordata - del «sacerdote volante» sappiamo assai poco. Doveva essere una sorta di mongolfiera o dirigibile ante litteram, tanto che un cronista dell'epoca parla di un globo di cartone pesante al cui fondo era posta una caldaia con del fuoco. Di sicuro si trattava di un progetto che solleticava la fantasia dei regnanti, aprendo prospettive fino ad allora inimmaginabili sia nel campo commerciale sia in quello delle applicazioni militari.

A ogni buon conto, da quell'8 di agosto del 1709, la Passarola fa il suo ingresso nell'immaginario collettivo di un intero popolo. Una presenza che - è il caso di dirlo - non ha mai smesso di aleggiare nelle visioni lusitane. Ritroveremo la Passarola e il suo creatore, quel «padre voador» Bartolomeu de Gusmão, come elementi-cardine di Memoriale del Convento (Memorial do Convento, 1982), l'opera più nota di José Saramago, premio Nobel per la letteratura.

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Per parlare del fantastico e della fantascienza in Portogallo cominciamo allora dalla navicella volante di Bartolomeu de Gusmão. La Passarola simbolizza alla perfezione l'ansia esplorativa e immaginifica di un popolo e di una cultura: a partire dal 1500 - il secolo della massima espansione dell'impero coloniale lusitano - i portoghesi si avventurano sempre oltre e al di là: oltre i minuscoli confini della patria e - il più delle volte e fatalmente - ben al di là dei loro mezzi e possibilità. La Storia e la stessa geografia finiranno per ridimensionare i sogni di grandezza dell'angolo più occidentale d'Europa. Il popolo portoghese, tuttavia, non cessa di sognare, di proiettarsi su nuove terre da scoprire, su nuovi oceani da solcare. Quantomeno con le "caravelle del pensiero"...

Leggende araldiche, giganti, mostri ed esseri marini: epica e tradizione

A dire il vero l'elemento fantastico "abitava" già da tempo nella tradizione e nelle coscienze lusitane. In campo letterario l'Amadis de Gaula, verosimilmente attribuito a João de Lobeira - trovatore ai tempi dei re Dom Afonso III e Dom Dinis -, del XIII secolo, è senza dubbio il capostipite della narrativa d'immaginazione a occidente della Penisola Iberica: vi si narrano le gesta eroiche di Amadigi, cavaliere innamorato della principessa Oriana, e i suoi combattimenti contro giganti e mostri.

Da ricordare poi, in età cinquecentesca, la Crónica do Imperador Clarimundo, scritta da João de Barros - il «Tito Livio portoghese», nonché grande grammatico -: un'opera, secondo alcuni (vedi nota 1), fitta di elementi riconducibili al meraviglioso di matrice celtica (stregonerie, filtri magici, giganti, sogni premonitori) e tuttavia ben combinati con l'immaginario di tradizione cristiana. E certo una menzione merita anche il teatro di Gil Vicente com i suoi numerosi Autos (vedi nota 2) - ad esempio le famose Barca do Inferno, Barca do Purgatório e Barca da Glória.

Gigante Adamastor, azulejo di Jorge Colaço, 1933 - Centro Cultural Rodrigues de Faria, Forjães - immagine in pubblico dominio - Wikipedia

Gigante Adamastor, azulejo di Jorge Colaço, 1933 - Centro Cultural Rodrigues de Faria, Forjães

Al centro degli interessi di questa nazione di navigatori, ben più che le tematiche cavalleresche, vi è però il mare e i suoi misteri. In uno dei più antichi manoscritti dell'Archivio Nazionale della Torre do Tombo, il Nobiliário del Conte di Barcelos Dom Pedro (1287-1354, figlio naturale del re Dom Dinis), si fa risalire l'origine del lignaggio dei Marinho all'incontro tra un cavaliere e una sorta di sirena, e al loro successivo matrimonio. Duecento anni dopo, nel 1554, nell'Urbis Olisiponis Descriptio del grande umanista Damião de Góis, incontriamo una digressione sopra sirene e tritoni, e circa il relativo contratto di dominio su queste creature (vedi nota 3).

C'è poi il mostro marino - o meglio: oceanico - per eccellenza, il simbolo dei pericoli affrontati dalle caravelle portoghesi lanciate verso l'ignoto: è il gigante Adamastor, personificazione del Capo delle Tempeste, con cui se la vedranno gli eroi cantati da Camões nel poema epico nazionale, Os Lusíadas. È l'impresa di Vasco da Gama, la flotta lusitana che conquista la via per le Indie, la consacrazione dell'Era dos Descobrimentos, la celebrazione dell'impero coloniale portoghese.

L'eco del tremendo Adamastor risuonerà fino al Novecento, nell'opera di Fernando Pessoa Mensagem (1934), che rievoca e rielabora il mito dell'Epoca delle Scoperte: qui, nella poesia O Mostrengo, Pessoa descrive un'inquietante creatura alata che «sta alla fine del mare», e vola tutt'attorno ai bastimenti domandando chi osi violare le onde tenebrose del suo regno (si tratta ovviamente dei temerari piloti del re Dom João II: sono sue le navi che sfidano i limiti del mondo):
In una notte tenebrosa, il mostro
Che là dimora dove ha fine il mare
S'alzò in volo, girò intorno alla nave
Tre volte e disse: «Chi è che ha osato entrare
Nelle caverne mie sempre nascoste,
Negli antri oscuri dove ha fine il mondo?».
E, tremando, disse il timoniere:
«Il nostro Re Don Giovanni Secondo!».

«Di chi son queste vele in cui m'impiglio?
Di chi le chiglie che ora vedo e sento?»,
Esclamò il mostro e roteò tre volte,
Tre volte girò intorno, immondo, enorme.
«Chi vien qui a fare ciò che sol io posso,
Io che dimoro dove mai fui visto
E i terrori del mare senza fondo
Corro?». Tremando, il timoniere disse:
«Il nostro Re Don Giovanni Secondo!».

Le mani alzò tre volte dal timone,
Tre volte le rimise sulla barra,
Tremò tre volte e disse: «Qui alla guida
Della nave non c'è soltanto un uomo:
C'è una Nazione che al tuo mar anela;
E più del mostro che il mio cuore teme
E che dimora dove ha fine il mondo,
comanda me e mi lega a questo legno
Ciò che vuole Don Giovanni Secondo!» (vedi nota 4).
História do Futuro di Padre António Vieira, 1718 - immagine in pubblico dominio - Wikipedia

História do Futuro di Padre António Vieira, 1718.

Padre António Vieira e la smisurata utopia del «Quinto Impero»

Comunque, al di là del contesto leggendario e tradizionale, lo sviluppo di una letteratura di vera e propria tematica fantastica si farà attendere per lungo tempo in Portogallo. Così, la chiusura del XVII secolo e il principio del '700 sono segnati dalla smisurata utopia di Padre António Vieira (1608-1697) e della sua História do Futuro (edita postuma, nel 1718): in questo testo il filosofo e missionario gesuita articola minuziosamente il «Quinto Impero» e la società perfetta che esso instaurerà, diffondendo il cristianesimo nel mondo intero. Il tutto, naturalmente, sotto il dominio di un sovrano portoghese (quel Dom Sebastião scomparso sul campo di battaglia - nel cui ritorno il popolo lusitano non smetterà mai di sperare - e poi Dom João IV). L'Inquisizione portoghese, dopo un lungo processo, condannerà Padre Vieira e la sua visione millenaristica: il gesuita aveva infatti parlato del Quinto Impero in una lettera indirizzata al vescovo del Giappone.

Il XVIII secolo vede il repêchage mitologico greco-romano di António José da Silva (Anfitrião, ou Júpiter e Alcmena, As Variedades de Proteu, il Labirinto de Creta, il Precipício de Faetonte ecc.), e l'interesse per l'orrore soprannaturale degli autori dell'Arcadia (con Manuel de Figueiredo, Pedro Correia Garção, Domingos dos Reis e altri) e della cosiddetta «Nuova Arcadia» (si pensi al preromantico Manuel Maria du Bocage).

Note

1. António José Saraiva e Óscar Lopes nella História da Literatura Portuguesa.

2. Letteralmente 'Atti'.

3. Entrambi i documenti sono segnalati dallo scrittore, storico e saggista Álvaro de Sousa Holstein (Na Periferia do Império - Encontros de Ficção Científica, Porto/Cascais 1996).

4. La traduzione, libera, è tratta dal sito Mensagem - Il Portogallo di Fernando Pessoa. Di seguito il testo originale:

O mostrengo que está no fim do mar
Na noite de breu ergueu-se a voar;
À roda da nau voou três vezes,
Voou três vezes a chiar,
E disse: «Quem é que ousou entrar
Nas minhas cavernas que não desvendo,
Meus tectos negros do fim do mundo?»
E o homem do leme disse, tremendo:
«El-Rei D. João Segundo!»

«De quem são as velas onde me roço?
De quem as quilhas que vejo e ouço?»
Disse o mostrengo, e rodou três vezes,
Três vezes rodou imundo e grosso,
«Quem vem poder o que só eu posso,
Que moro onde nunca ninguém me visse
E escorro os medos do mar sem fundo?»
E o homem do leme tremeu, e disse:
«El-Rei D. João Segundo!»

Três vezes do leme as mãos ergueu,
Três vezes ao leme as reprendeu,
E disse no fim de tremer três vezes:
«Aqui ao leme sou mais do que eu:
Sou um Povo que quer o mar que é teu;
E mais que o mostrengo, que me a alma teme
E roda nas trevas do fim do mundo;
Manda a vontade, que me ata ao leme,
De El-Rei D. João Segundo!»
Fernando Pessoa, Mensagem, Mar Portuguez, IV. O Mostrengo. (La poesia porta la data 9 settembre 1918; Mensagem è pubblicato nel 1934).

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