La vita del generale De Gaulle, terza parte: la lunga attesa per lo sbarco in Normandia e la liberazione della Francia dall'occupazione tedesca

di Gianluca Turconi

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Nella lunga attesa per lo sbarco in Normandia, Charles De Gaulle svolse un ruolo insostituibile nell'evitare alla Francia l'amministrazione militare da parte alleata e di coordinamento per il Comitato di Liberazione Nazionale contro l'occupazione tedesca. E quando la liberazione arrivò, il governo De Gaulle dovette affrontare nuove e inaspettate difficoltà.

Un autocarro pieno di maquis, i partigiani francesi, entra trionfalmente a Graulhet tra due ali di folla, immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente Boblinux31

Un autocarro pieno di maquis, i partigiani francesi, entra trionfalmente a Graulhet tra due ali di folla.

Il 1943 fu anche l'anno del consolidamento della Resistenza francese. Le notizie dal fronte russo per i Tedeschi continuavano a peggiorare. Gli sbarchi in serie in Italia degli Alleati dimostrarono la possibilità di invadere l'Europa centrale attraverso la costa della Manica o della Provenza.

I principali gruppi di resistenza detti maquis si concentrarono soprattutto nella zona montagnosa del Giura, a ridosso del confine svizzero. Inizialmente privi di supporto materiale e di scarsa consistenza numerica, videro incrementata la propria forza a ogni rovescio tedesco. I Britannici avevano adibito un apposito ufficio, lo Special Operation Executive, all'organizzazione di una rete informativa continentale che non tenne però conto delle peculiarità della situazione francese. I maquis minacciarono direttamente la capitale Vichy, rendendo insicuro mantenervi il potere esecutivo e costringendolo a fuggire verso Parigi controllata dai Tedeschi.

Esistendo due unità diverse per il Nord e per il Sud dello stato, era difficile per la Resistenza agire coordinatamente. La soluzione sarebbe stata la creazione di un unico organismo che emanasse direttive per le cellule locali. La difficile impresa fu portata a termine da De Gaulle. Dopo aver fondato un Ufficio Centrale di Informazione e Azione a Londra, ebbe la grande abilità di organizzare a Parigi, in territorio occupato, una riunione a cui parteciparono i maggiori responsabili dei maquis. Da essa scaturì il Consiglio Nazionale della Resistenza che prendendo atto di una delegazione dei poteri fatta dallo stesso De Gaulle, ne riconobbe implicitamente la qualità di Capo di Stato.

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La pacificazione dei vari gruppi della Resistenza fu solo una parte della grande opera di riorganizzazione delle forze armate francesi. La seconda fase avrebbe dovuto essere la costituzione di un'armata d'oltremare in Algeria di circa 400.000 uomini. Giraud, quale comandante in capo, si era impegnato a fornire tre divisioni di pronto impiego per l'Italia, al più presto. Tardando a mantenere la promessa si espose a un intervento di De Gaulle. Il 3 Giugno 1943 i due si accordano per dividersi la presidenza del Comitato di Liberazione Nazionale. Teoricamente, il dualismo preesistente fu eliminato, in pratica si accentuò. Le forze armate di cui disponeva De Gaulle, inferiori di numero, erano le stesse che avevano combattuto a Dakar e in Siria e che, al momento dell'armistizio, già avevano scelto la Francia Libera. Gli uomini di Giraud erano invece estratti dalle truppe che avevano prestato giuramento al maresciallo Petain e che avevano sparso il sangue alleato nella battaglia per il Marocco e l'Algeria. Da questi contrasti non potevano che nascere ulteriori dissidi. Giraud colse al volo l'opportunità offertagli dall'evacuazione tedesca dalla Corsica per ottenere un vantaggio su De Gaulle. La Guarnigione della Wehrmacht presente sull'isola, messa alle strette dalla mancanza di vettovagliamenti seguita all'invasione dell'Italia, stava procedendo all'imbarco immediato di tutte le divisioni e del materiale.

I Britannici che avrebbero dovuto fornire le truppe per la conquista della Corsica si dichiararono impossibilitati a farlo per l'enorme impegno che si erano assunti nel risalire lo stivale italiano. Così Giraud poté intervenire con 15.000 uomini. La resistenza fu nulla, dato che i Tedeschi si preoccuparono più di mettersi in salvo che di difendersi. La liberazione del primo dipartimento metropolitano non concesse molto tempo alla gloria del suo organizzatore. De Gaulle, incassando cavallerescamente il colpo basso infertogli dal concorrente, guadagnò la maggioranza nel Comitato di Liberazione, ottenendo alla fine l'esonero dal comando militare di Giraud. La manovra, non proprio limpida dal punto di vista morale, mise in luce l'abilità di De Gaulle che riuscì a superare una en passe pratica attraverso il gioco politico.

Eliminati gli avversari interni e accentrati i poteri di rappresentanza, De Gaulle si poteva ben definire come il Presidente di un governo in esilio. Stesso punto di vista non fu per nulla adottato dagli Americani durante lo sbarco in Normandia. Nei giorni immediatamente precedenti il 6 Giugno 1944, il D-Day, il generale si batté a lungo per vedere scongiurata l'infamia di sottoporre la Francia liberata a un Governo Militare Alleato per i Territori Occupati (AMGOT). In un turbolento colloquio intercorso tra lui e Winston Churchill fece notare che la Francia non poteva essere paragonata alle colonie fino ad allora liberate, perché aveva davvero un governo che la rappresentava e lui era lì per dimostrarlo. De Gaulle non avrebbe tollerato politici e moneta stranieri su suolo francese, in caso contrario si sarebbe fatto da parte. Indispettito dalle bizze del Francese, Churchill raccontò nelle sue memorie di essere stato inflessibile, invitando De Gaulle a un colloquio chiarificatore con Eisenhower, comandante militare dello sbarco.

La discussione con il generale statunitense fu, se possibile, ancora meno cordiale. Da accordi presi precedentemente, nel momento dell'invasione in Normandia i capi di stato dei paesi occupati avrebbero dovuto parlare alla BBC in un comunicato congiunto, seguito da un discorso di Eisenhower e concluso dalle parole di De Gaulle. Non ci sarebbe stato nulla da eccepire se non fosse stato per una frase contenuta nello scritto che avrebbe letto l'Americano. Egli dichiarava a chiare lettere che una volta terminata la guerra i Francesi avrebbero potuto scegliere quale tipo di governo darsi. Per De Gaulle era un insulto diretto. Se lui rappresentava il governo francese, doveva essere lui a riorganizzare la nazione. Solo in un secondo tempo avrebbe garantito libere elezioni. Vista l'inconciliabilità tra l'AMGOT e il Comitato di Liberazione Nazionale, si decise che nessun messaggio conclusivo sarebbe stato trasmesso.

Fu forse la pagina meno felice di De Gaulle.

A eliminare la cattiva luce in cui si era messo, giunse per sua fortuna l'accorato richiamo che De Gaulle effettuò la sera del 6 Giugno attraverso Radio Londra. Nel suo comunicato citò solo di sfuggita l'enorme sforzo di Americani e Britannici, ma mai in un solo passo di quel che lesse, li sminuì o si dissociò dalla condotta delle operazioni. Una frase sibillina venne lanciata: "La battaglia è della Francia e per la Francia [...] La Francia dovrà condurla in buon ordine. Prima condizione è che le consegne date dal governo francese e dai capi francesi qualificati siano seguite scrupolosamente...". Non citare quali fossero il governo francese e il capo qualificato, non lasciava comunque molto spazio alla fantasia: Charles De Gaulle e il Comitato di Liberazione Nazionale. Se anche Eisenhower avesse voluto contrastare le intenzioni dei gollisti, non sarebbe più stato possibile, la grande macchina della rivolta civile era ormai in moto. I maquis presero le armi ovunque, liberando i paesi e reclamandone il controllo in nome della Francia Libera.

Pierre Laval, primo ministro della Repubblica di Vichy, collaborazionista con l'occupante tedesco, fu poi fucilato nel 1945 per alto tradimento. Immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente JLPC

Pierre Laval, primo ministro della Repubblica di Vichy, collaborazionista con l'occupante tedesco, fu poi fucilato nel 1945 per alto tradimento.

I pochi mesi che vanno da Maggio ad Agosto 1944 segnarono anche la fine della Repubblica di Vichy. Ancora prima dello sbarco in Normandia risultava chiaro come fosse impossibile mantenere in vita uno stato fantoccio senza l'aiuto dei gerarchi nazisti. Petain, nella sua ingenuità, arrivò persino a inviare una lettera a De Gaulle, richiedendo di condividere con lui il potere in vista di un passaggio delle consegne una volta sbarcati gli Alleati. Questa soluzione già impraticabile a causa degli stretti legami avuti dal regime di Vichy con i Tedeschi, diventò impercorribile una volta che le difese del vallo atlantico si sgretolarono. Laval, primo ministro di Vichy, tentò di salvare il salvabile, ricorrendo all'Assemblea Nazionale, organo costituzionale che nel 1940 aveva istituito la repubblica di Vichy. Le intemperanze della Germania, stanca di doversi accollare le difficoltà del piccolo alleato francese, fecero fallire la manovra. Prima Laval e poi lo stesso Petain finirono agli arresti dietro ordine della Gestapo.

In questo succedersi di avvenimenti, De Gaulle ebbe anche il tempo di evitare il tanto temuto spettro dell'AMGOT sulla Francia liberata. Il 14 Giugno 1944 era già nella terra natia, a Bayauex, nulla più che un assaggio, visto che il giorno successivo partì alla volta di Algeri. Da lì, convinse Roosvelt a riceverlo alla Casa Bianca.

Il presidente americano non era mai stato molto favorevole al generale, in quanto lo vedeva troppo ancorato alla visione imperialistica della Francia, però nel sano pragmatismo che lo caratterizzava, aveva confidato ai suoi collaboratori che nel caso il popolo francese lo avesse riconosciuto come proprio rappresentante, anche lui si sarebbe adeguato. Dopo lo sbarco, i sondaggi effettuati rivelarono che De Gaulle era quanto meno visto come autorità provvisoria e pertanto Roosvelt decise che sarebbe stato controproducente per gli interessi degli Stati Uniti utilizzare un governo militare anziché uno civile. Ottenute garanzie sull'amministrazione politica, i mesi estivi di quell'anno trascorsero per De Gaulle nell'attesa dell'evento più importante per un Francese durante la Seconda Guerra Mondiale: la liberazione di Parigi.

Gli Alleati, una volta usciti dalle sacche di sbarco in cui erano rimasti imprigionati in Normandia, ebbero la strada spianata verso la storica capitale. Strategicamente, esistevano diversi motivi per evitare di investire in pieno con un'armata la città. Essendo un grande agglomerato urbano, Parigi si prestava a diventare la tomba delle truppe corazzate, sicuramente più protette in campo aperto che non nelle vie cittadine. Stalingrado aveva insegnato che truppe ben motivate potevano impedire la conquista cittadina a tempo indefinito.

Secondariamente, passare ai fianchi della Senna avrebbe prodotto due effetti importanti. Anzitutto, a Nord le truppe alleate avrebbero rastrellato la costa della Manica, interrompendo i lanci delle V2 che martoriavano Londra e a Sud avrebbero potuto seguire a ritroso la strada dei Tedeschi verso Sedan, entrando nel cuore della Germania. Dovendo scegliere tra le esigenze militari e quelle politiche, De Gaulle si adoperò perché si realizzassero queste ultime. Attraverso una non facile opera di convinzione, portò il generale Bradley, capo operativo sul continente, a preferire l'attacco diretto su Parigi.

Presa la decisione di arrivare alla capitale, restava ancora da determinare il nome dell'unità che avrebbe compiuto la storica impresa. Accantonata l'ipotesi che vi potessero arrivare soldati americani o britannici, la scelta cadde sulla seconda divisione corazzata di Leclerc, un fedelissimo gollista. La preventivata entrata trionfale in Parigi si dovette però scontrare con l'inaspettata ribellione dei maquis parigini. In massima parte composti da nuclei di ideologia comunista, essi volevano cogliere l'opportunità della guerra contro i Tedeschi per dare inizio alla rivoluzione proletaria. Se fossero riusciti a liberare da soli la città, l'arrivo di De Gaulle e delle sue divisioni sarebbe passato in secondo piano. Il comandante tedesco della città, Choltitz, aveva ricevuto l'ordine di trasformarla in una Festung, una piazzaforte, ma non aveva alcuna volontà di agire in quel modo. Ci mancò poco che dichiarasse Parigi città aperta. Il suo irrigidimento e i conseguenti scontri furono dovuti all'intempestiva rivolta partigiana che andava a colpire le retrovie tedesche in fuga. Purtroppo per i rivoltosi, le forze a loro disposizione non erano assolutamente sufficienti per sconfiggere gli occupanti della Wehrmacht. L'annientamento della resistenza fu evitato solo per la magnanimità di Choltitz che concesse una tregua, dando il tempo necessario a Leclerc per arrivare a Parigi. L'entrata dei carri armati francesi e di De Gaulle sui Campi Elisi, il 26 Agosto, fu così salutata come la vera Liberazione, mandando in fumo le trame parallele.

Un M8 corazzato americano vicino all'Arco di Trionfo a Parigi, agosto 1944. Immagine in pubblico dominio, fonte World War II Database/U.S. Archives

Un M8 corazzato americano vicino all'Arco di Trionfo a Parigi, agosto 1944. Nonostante si decise di far entrare per prime truppe francesi nella capitale, furono gli Anglo-americani a sostenere il peso dell'offensiva per la liberazione della Francia.

L'inverno 1944 e la primavera 1945 videro la Francia ormai liberata, ma ancora con grandi problemi a ogni livello. Le vittorie degli Alleati fecero presagire una fine prossima della guerra e si pensò quindi a quale sorte dovesse spettare alla Germania. Durante la conferenza di Casablanca, Roosvelt aveva pronunciato per la prima volta la teoria dell'unconditional surrender, cioè una resa incondizionata. La formula era mutuata da quella utilizzata dal generale Grant durante l'assedio di Fort Donelson nella Guerra di Secessione Americana. La Germania avrebbe dovuto cedere le armi senza nessuna condizione, consegnandosi inerte nelle mani dei vincitori. Questa visione fu appoggiata dallo stesso De Gaulle, conscio che qualsiasi altra pace non sarebbe stata duratura. Tuttavia quando venne alla luce il cosiddetto piano Morgenthau, dal nome del Segretario al tesoro di Roosvelt, che prevedeva di ridurre la nazione tedesca a un paese totalmente e solamente rurale, il generale si oppose con ostinazione. Come Churchill, anche lui riconosceva nella Germania un baluardo contro il comunismo da preservare dopo averla liberata dal nazismo.

La sua visione moderata non gli fu d'aiuto durante l'ultimo difficilissimo inverno di guerra. Sciolte dietro suo ordine le brigate del Consiglio Nazionale di Resistenza, l'esercito francese rimase composto quasi interamente da gente del Nord Africa.

Per tutti gli altri, la liberazione della Francia aveva significato la fine della guerra. Mercato nero, fame e prostituzione divennero all'ordine del giorno, intaccando il tessuto sociale francese. Il governo De Gaulle, sebbene accettato, incontrò continue difficoltà nel riaffermare la propria autorità sulle prefetture, in particolare su quelle confinanti con il fronte. La situazione avrebbe potuto degenerare nel caos se fosse riuscita la grande offensiva tedesca delle Ardenne. Nel momento più acuto della crisi alleata, i Tedeschi furono sul punto di riconquistare la città francese di Strasburgo. La perdita di quel borgo, simbolo per tutti gli alsaziani di lingua francese, avrebbe coinciso con il definitivo disfacimento dell'unità nazionale, nella forse fondata convinzione di un ritorno nazista. Fu a protezione di quelle poche case ancora integre che la Francia diede la miglior prova di sé durante la guerra, difendendo ogni strada e ogni ponte come se fosse stata questione di vita o di morte. Affermare che il comportamento francese abbia fatto fallire l'offensiva sarebbe certo azzardato, ma con maggiore convinzione si può dire che abbia contribuito a ridare una verginità professionale a un esercito segnato dalla sconfitta del 1940.

Il crollo della Germania e la nascita della quarta repubblica in Francia avrebbero messo in disparte un eroe della grandezza di De Gaulle che sarebbe tornato protagonista solo nel 1958, durante la riforma presidenziale. Dell'uomo si poteva criticare il carattere e le ambizioni; dello statista lo scarso senso delle proporzioni per il ruolo avuto dalla Francia nella Seconda Guerra Mondiale; del patriota non un solo punto negativo si sarebbe mai potuto trovare.

Fonti e letture consigliate

Raymond Cartier, La Seconda Guerra Mondiale, Mondadori;

Eric Roussel, Charles De Gaulle, Gallimard, in lingua francese;

Chaban-Delmas Jacques, Charles De Gaulle, Paris Match Edition, in lingua francese.

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