Intervista a Philip Kindred Dick, prima parte

a cura di Giacomo Colossi

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L'eccezionale scoop di Giacomo Colossi che ha intervistato il grande Philip K. Dick in esclusiva per Letture Fantastiche. Vita, opere e tribolazioni dello scrittore statunitense di fantascienza le cui capacità furono riconosciute in massima parte dopo la sua morte. Morte? Intervista? Il binomio vi pare strano? Non dovrebbe, siamo su Letture Fantastiche!

Sogno lucido

Philip K. Dick, immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.0 Generico, fonte Wikimedia Commons, autore Pete Welsch

Philip K. Dick.

Quel giorno avevo l'intervista con P.K. Dick. Come ero capitato in quel sogno?

Lo avevo cercato, da bravo "onironauta", come chi esplora il mondo dei lucid dream.

Il vero Philip Dick in carne e ossa lo avrei visto in una bar di Los Angeles. O almeno così a me sembrava. Anche se lui abitava da anni a San Francisco, mi voleva vedere lì.

Era dentro a un sogno lucido pure lui? No, non credo. Era morto da tempo.

Dick si trovava a pochi isolati da dove avevo preso una stanza, in un motel, sul Sunset Boulevard, una stanza senza condizionatore.

Era il 5 luglio del '62. Faceva un caldo atroce. Le lunghe Ford cabrio, qualche Cadillac, parcheggiate ai bordi della strada, emanavano calore dai cofani, che distorceva la realtà come in un miraggio nel deserto. La mia realtà era già più che distorta, pensai.

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Accesi una Camel e percorsi i cinquecento metri che mi separavano dal Velvet Blue Bar.

Camminando mi sembrò di incrociare Jim Morrison. Mi guardò e mi sorrise, poi svanì.

***

Davanti alla porta aperta del bar lo vidi, seduto al bancone, con una bottiglia di birra in mano.

Non aveva ancora 34 anni e io... ne avevo 51, ma non so quanti ne mostravo nel sogno.

Decisi di averne più o meno quaranta. Potevo, nel mio lucido sogno.

Mi avvicinai al bancone e lui alzò la birra in segno di saluto e ne ordinò subito una per me.

- Ciao Jack - mi disse, allargando un sorriso sornione sul viso sincero e un po' sfatto. Barba lunga.

- Ciao Philip - risposi io sedendomi accanto e stringendogli una mano.

- Finalmente ci si vede - mi disse. Gli sorrisi.

Nello stesso istante arrivò la mia birra ghiacciata. Dick ordinò due Jack Daniel's.

Io non sapevo da dove iniziare. Cominciò lui facendo un brindisi:

- A noi e alla scrittura! Prima butta giù il whisky poi bevici sopra la birra. Così si fa!

- Ok - dissi. E brindammo ridendo.

Era un buon inizio.

***

Mi chiese cosa faceva un italiano a Los Angeles nel 1962. Gli dissi che volevo sapere alcune cose della sua vita. E che non ero un giornalista, ma uno scrittore come lui.

Mi rispose che la sua vita era una merda e non interessava a nessuno, solo ai federali perché era comunista e pacifista e criticava la politica del governo. Mi disse che stava dalla parte di Castro e del Che e che i russi stavano battendo l'America nella corsa allo spazio. Mi disse anche che stava dalla parte dei russi. La Vostok 1 aveva portato il primo uomo nello spazio un anno prima e lui ne era fiero. Mi raccontò che scrivere era il mestiere più difficile e il più bello. E mi sorrise ancora.

Gli dissi: - Bene. Quante cose mi hai già detto!

Accesi l'mp3 e lui lo guardò incuriosito. Gli spiegai che era un registratore digitale senza cassette, e poteva funzionare per ore e registrare per giorni.

Vidi la sua faccia piena di stupore. Disse:

- Allora tutto quello che scrivo non è del tutto assurdo! Cazzo in che futuro vivi!? Perché tu è da lì che vieni, no?

Accennai un sì con la testa. Non volevo che sapesse da che anno provenivo. Mezzo secolo di salto nel tempo poteva essere traumatico anche per uno come Dick. O forse no. Anzi, sicuramente no. Non importava. Così avevo deciso.

Gli spiegai che non era tutto oro il futuro in cui vivevo. Gli dissi dell'aumento demografico, del terrorismo, delle guerre, del surriscaldamento e inquinamento del pianeta, della povertà, della ricchezza in mano a pochi potenti lobby, della disuguaglianza sociale. Gli dissi che non era mai scoppiata una terza guerra mondiale nucleare, ma che la guerra e la fame esistevano ancora e mietevano vittime nei paesi più poveri del mondo: milioni di vittime.

Gli rivelai della crisi dei missili di Cuba, che stava arrivando.

- E noi americani? - chiese incuriosito.

- Sempre coinvolti, fino al midollo - gli dissi. - Ovunque e a ogni livello. Molte dittature post-seconda guerra mondiale le hanno create loro.

Storse il labbro inferiore verso destra e si portò la bottiglia alla bocca.

- La mia America è una estensione del Terzo Reich - si lamentò, guardando nel vuoto.

Riuscii a captare, non so come, forse volli captare, il suo profondo dolore, dissenso e smarrimento. Allora girai pagina e gli dissi che sarebbe diventato uno scrittore di culto. Un mito per molti.

Mi guardò strabuzzando gli occhi e disse, quasi indignato:

- Cazzo, e quando? Devo pagare un sacco di cose. Sono divorziato. Mi hanno pubblicato qualcosa, ma con la scrittura non vivo. Devo fare altri lavori che mi distolgono dallo scrivere e io non posso vivere senza la scrittura, mi deprimo se non scrivo. La mia testa scoppia di idee. Vado in depressione se non scrivo. Anzi, sono sempre in depressione. Porca puttana!

- Parlami di quando hai iniziato - gli dissi mettendogli l'mp3 davanti, appoggiato sul bancone.

Lui lo prese nella mano destra, lo soppesò ed esclamò: - Che figata! Geniale...

***

Poi ordinò altri due whisky e si accese una sigaretta. Me ne offrì una.

- Allora. Io avevo una sorellina gemella, Jane. Non me la ricordo perché è morta 41 giorni dopo la nostra nascita, grazie a una disattenzione di mia madre Dorothy Kindred di Grant. Ma le ho sempre voluto un bene dell'anima alla mia Jane, e nei miei libri e racconti si può trovare spesso: dove c'è del buono c'è sempre lei. Mia madre era paranoica, piena di insicurezze e nevrosi, e dopo pochi anni lasciò mio padre, Joseph Edgar Dick, tagliatore di gole di maiali per il governo: macellaio insomma. Io rimasi con mia madre che si occupava di censura per il governo. Forse è per questo che non vado molto d'accordo con le donne e con il governo. O loro con me! Sono un tipo complicato e mi trascino queste complicazioni da quando ero piccolo. Ho passato un'infanzia di merda e dire di merda è dire poco. I miei amici, da piccolo, mi chiamavano Jim Dick. Mia madre si spostò un sacco negli anni della mia infanzia, da Washington D.C. fino a Berkeley. Era freddo il nostro rapporto e io ne soffrivo molto, come ogni bambino che non è amato dalla propria madre. Frequentai le scuole a Berkeley e da subito i miei insegnanti capirono che mi piaceva leggere e scrivere, anche poesie. Ero un paranoico lettore delle riviste Astounding e Unknown, pubblicate da John W. Campbell. In quel periodo lessi Asimov, Heinlein, Van Vogt, che mi ha influenzato molto. A 14 anni ho scritto il mio primo romanzo, Torna a Lilliput, andato a finire chissà dove. Perduto per sempre. Cazzo non l'ho più trovato! Cazzo che sfiga!

Dick prese un sorso di birra e io ne ordinai altre due. Accesi una nuova sigaretta. Oltre Philip non riuscivo a scorgere altre forme viventi in quel bar. Tutto era vibrante e nebuloso. Sogno lucido. Era come se il mondo si fosse chiuso attorno a noi, mentre lui raccontava la sua vita.

- Sono entrato alla Berkeley High School nel 1944. Intorno al '46 subii un trattamento psichiatrico intensivo. Soffrivo di agorafobia e di altri problemi psicologici che non ti sto a elencare. Ero un po' schizzato di testa già allora. A 18 anni ho lasciato mia madre, non la sopportavo più. Mi trasferii in un appartamento pieno di artisti e poeti omosessuali: una comune. Volevo dimostrare a mia madre che sapevo gestirmi benissimo anche senza di lei. Poi mi spostai in un appartamento, da solo, un po' fuori Berkeley. In questo periodo ho sofferto di tachicardia e divenni rapidamente dipendente dai farmaci che mi avevano prescritto. Già la chimica cominciava a entrarmi nel sangue, Jack. E soffrivo di attacchi di panico. E allora mi calavo giù di tutto.

Nel 1947 ho finito il Liceo e ho iniziato a lavorare in un negozio che vendeva TV e dischi. La musica è rimasta una delle mie grandi passioni ed è presente in tutti i miei scritti. Adoravo la musica degli anni cinquanta e dei sessanta, il jazz, il rock, il blues, la musica classica. Nel '49 mi iscrissi alla University of California di Berkeley, per studiare Tedesco e Filosofia. Erano due mondi che mi affascinavano. I filosofi tedeschi erano avanti anni luce rispetto al resto del mondo, anche in piena guerra mondiale, anche prima. Ah, nel mese di maggio del '48, cazzo, avevo sposato Jeanette Marlin, per divorziare sei mesi dopo. Non la rividi mai più, ma incontrai Kleo, una studentessa di Berkeley. Fu passione a prima vista. Nel giugno del 1950 la sposai. Kleo era di tre anni più giovane di me, aveva 19 anni. Ci trasferimmo in una casa piena di topi, al 1.126 Francisco st. in Berkeley, e per combattere i topi la riempimmo di gatti. Cazzo che bel periodo quello! Non riuscii a finire l'Università, per le mie idee politiche e perché non volevo andare in Corea.

Dick rise, si passò una mano tra la barba e prese uno spinello dal taschino della camicia a quadri che indossava, camicia larga, a fiori, maniche corte. E sotto un paio di jeans larghi e degli infradito.

Accese lo spinello e me lo offrì. Feci due tiri e cercai di osservare l'espressione quasi beffarda di Philip. Cosa gli passava per la testa in quel momento?

- Cosa pensi di me, di tutto quello che ti sta accadendo.

- Cosa vuoi che pensi! Sei tu che stai facendo questo sogno... lucido. Lo piloti tu. Hai in mano tu il volante e stai guidando abbastanza bene.

Si riprese lo spinello. Dovevo chiedergli ancora alcune cose, poi gli avrei parlato dei film tratti dalle sue opere. Volevo vedere la sua reazione. Volevo conoscere il suo lato umano più profondo, gli scrittori che leggeva, la gente che frequentava, le idee politiche, il mondo che avrebbe voluto e che invece aveva sempre decritto nero nei suoi libri. Gli dissi:

- Diciamo che mi sta accadendo qualcosa di totalmente fuori di testa, Philip. Non so nemmeno io dove mi porterà questo sogno. Magari mi manderai a cagare tra un po' e te ne andrai lasciandomi qui in mezzo a ombre sconosciute. Poi mi sveglierò nel mio letto, alle quattro del mattino, nel luglio del... E forse non ricorderò più nulla di quello che mi hai detto.

Dick sorrise con lo spinello tra i denti. Mi guardò e scosse la testa. Disse:

- Non fare lo scemo. Guida bene e basta, il sogno è tuo. Allora, andiamo avanti. Gli autori che più ammiravo in quel periodo erano Lovecraft, Brown e naturalmente Van Vogt. A 24 anni ho iniziato la mia carriera letteraria, senza un agente. Spedivo alle case editrici per posta tutto quello che scrivevo, e aspettavo. Stavo bene e scrivevo molto. Facevo uso di anfetamine. Mi aiutavano. Ma non pubblicavo molto. Alla fine del '51 mi licenziai dal negozio di dischi e TV. Nel giugno del '52 un tizio di nome Scott Meredith di New York accettò di essere il mio agente letterario. Il 1952 per me fu il tempo delle scoperte. Conobbi Herbert, Sheckley, Aldiss, Silverberg, Vonnegut e molti altri scrittori di fantascienza e non, che già pubblicavano ed erano abbastanza famosi. Erano tutti scrittori contro, in un certo senso. Contro corrente, contro questa società fasulla che si basa sulla bugia continua, sulla inconsistenza dei rapporti umani, sulla guerra come mezzo per risolvere i problemi tra i popoli. Naturalmente molti di loro erano spiati, come me, dall'F.B.I. Nel 1955, finalmente, pubblicai il mio primo romanzo: Solar Lottery. Non ti dico la sensazione che provai quando lessi che la casa editrice mi pubblicava, e che avrei cominciato forse a guadagnare scrivendo, se il libro vendeva. Ero al settimo cielo.

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