Intervista a Philip Kindred Dick, seconda parte

a cura di Giacomo Colossi

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Prosegue l'eccezionale scoop di Giacomo Colossi che ha intervistato il grande Philip K. Dick in esclusiva per Letture Fantastiche. Fantascienza, vita personale, qualche aspetto del grande scrittore ancora non conosciuto.

- Certo, avevo già pubblicato racconti - mi disse senza accennare a un minimo sorriso. Serio.

- Ma erano poca cosa: uno nel '51, quattro nel '52 e ventotto nel '53. Pochi soldi e minima soddisfazione.

Uomo e Androide, immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported, fonte Wikimedia Commons, utente MarieDeRyck

Tra i molti temi trattati da Dick, il rapporto tra essere umano e robot/androidi è stato spesso utilizzato per un viaggio alla scoperta dell'Umanità.

- Sì ma con Solar Lottery hai iniziato a volare - dissi io. - Tra il '55 e il '59 hai scritto un romanzo all'anno e decine di racconti! Un record!

Sapevo che aveva fatto uso di anfetamine, per scrivere almeno cinquanta pagine al giorno, ma volevo che me lo dicesse lui, se lo desiderava. Sorrise, compiaciuto dalle mie parole.

- Sì, un mostro direi. Ma sai bene che mi son fatto di chimica per scrivere così. La prendevo come l'acqua. Mi teneva sveglio, trovavo le idee e le scrivevo. Ero una macchina da scrivere automatica. Un vulcano di idee in eruzione.

Finì di bere la seconda birra e ne ordinò una terza, per tutti e due.

- Sai... scrivere è la mia vita. Te l'ho già detto. Ma ho trascurato amici e donne. E poi mi sentivo comunque uno di serie B. Uno che valeva poco. Io volevo scrivere qualcosa di grande, che venisse ricordato per sempre. Non per manie di grandezza, ma perché la vita mi aveva sempre remato contro e io volevo la rivincita! Ma le rivincite si pagano care. Lasciai Kleo per Anne Rubinstein. Le feci male lo so, come feci male alla mia prima donna, e come avrei fatto male ad Anne. Anne era così... sofisticata, bella, intelligente e giovane! E io mi innamorai di lei pazzamente quasi subito. Però tradii Kleo, e questo ancora oggi non me lo perdono. Come non mi perdono nulla del male che ho fatto alle donne della mia vita. L'amore viene, l'amore va, e fa male e anche tanto bene. Rimangono dolore e cicatrici ma quando lo vivi è la cosa più bella dell'universo.

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Sorseggiò della birra e ordinò qualcosa da mangiare. Mi chiese se volessi un cheeseburger.

Accettai. I suoi occhi esprimevano tristezza profonda.

- Sposai Anne nel '59. Stavamo bene nella sua grande casa, ma i miei attacchi di panico, l'uso di ansiolitici e antidepressivi mi avevano chiuso la mente in un tunnel nero. Non riuscivo più a scrivere. Avevo perso la scintilla creativa, la mia musa interiore era svanita. Anne sapeva che ero un anarchico, uno che non credeva in niente e costantemente tenuto sotto controllo dalla polizia, perché davano comunque fastidio i miei scritti, le mie uscite pubbliche dove non avevo problemi a espormi politicamente, a criticare il governo e le sue politiche. Ma nonostante fossi abbastanza conosciuto, ero sempre più depresso e senza sogni. Non avevo più una meta. Non avevo più un visione del mio vivere. Anne non sapeva cosa fare con me. Forse già non mi sopportava più, non so. O forse mi amava troppo. Ed era disperata. Come me. Era disperata, per me.

- Fermati ora - gli sussurrai.

Era il 1962. Gli avevano pubblicato The man in the high castle (La svastica sul sole, uscito anni dopo in Italia) a gennaio, un libro rivelazione, un capolavoro. Una bomba editoriale che stava vendendo ma non abbastanza secondo i suoi parametri. Avrebbe vinto il prestigioso Premio Hugo per la Letteratura Fantascientifica. Ancora non lo sapeva e non volevo che lo sapesse da me.

Ero in un sogno lucido. Guidai un po' più in là nel tempo e ci ritrovammo dentro a una scena nello stesso bar due anni dopo. Nulla sembrava cambiato. Lui beveva birra e io discutevo con lui di scrittura e proiezioni di mondi possibili o irrealizzabili, per svariate sfumature storico-spazio-temporali, di politica e della vita.

Non aveva gli stessi vestiti e non era estate. Portava un giubbotto di pelle sottile, color cuoio, una maglietta nera, dei jeans e un paio di anfibi neri.

- Che hai fatto? - mi disse quasi seccato.

- Niente... - risposi io imbarazzato. - Ho scritto un po'.

- Ah, scrivi anche tu allora. Non sei solo un giornalista!

Cambiai discorso e se ne accorse perché mi disse che nascondevo qualcosa.

- Che mi dici del Premio Hugo, Philip. E' stato il tuo capolavoro.

Mi guardò e disse:

- Sei furbo. Sposti sempre i discorsi dove ti pare, perché non vuoi parlare di te. Ma ok, va bene.

Mi ordinò la solita birra. Tutto intorno nebbia. Solo io e lui, e rumori di bar.

- Devo dire che il Premio è stato uno shock. Positivo intendo. Ero felice. E avevo dei soldi. Ma prima? Prima sai cosa è stata la mia vita? Non ricordo... non ricordo quando mi hai lasciato qua con il bicchiere in mano e sei... sparito!

- Due anni... - dissi io. - Sono stato via due anni, Philip. Scusami ma il 1962...

- Ok - rispose lui. - Ho capito. Tu sapevi del libro. Non volevi dirmi nulla. Hai lasciato che tutto accadesse. Ok.

- Sì - dissi soltanto, bevendo un lungo sorso di birra fresca e amarognola.

- Il Premio mi ha rilanciato! Anche umanamente. Ma gli anni tra il '59 e la pubblicazione del libro nel '62 sono stati un inferno e lo sai. Per Anne e per me. Per colpa mia. Io non avevo più nulla nella testa, mi drogavo, bevevo e basta, e avevo attacchi di panico continui. Le idee per scrivere non le trovavo più. Avevo scoperto un libro, I Ching, il libro dei mutamenti, e lo consultavo ogni giorno come un pazzo, per cercare di capire dove stesse andando la mia vita, il mio rapporto con Anne, il mio futuro di scrittore e di uomo. Paradossalmente, leggendolo, cominciai a scrivere di questo mondo, la Terra, in cui la realtà che molti uomini vivevano, che l'America viveva, era distorta, come la mia, come la tua. Una realtà in cui ciò che pensi è probabilmente falso, e ciò che credi non è vero o reale. C'erano giorni da dodici, quindici ore di scrittura. Altri da zero. C'erano giorni in cui buttavo via tutto ciò che avevo scritto il giorno prima. Tutto. E ricominciavo da capo. Con costante disperazione dell'anima, con Anne che piangeva e capiva che non sarebbe durata molto tra di noi.

Fece una pausa e poi disse:

- Infatti ci siamo lasciati quest'anno. Ho incontrato una donna che mi fa sognare di nuovo. Maren si chiama. E di nuovo provo sensi di colpa. Mi distruggono. Ho rovinato anche Anne!

- Non devi ragionare così - gli dissi accendendomi una sigaretta. - Anne ti ha scelto, tu l'hai scelta, vi siete amati, e poi è finita. Punto. Non è semplice la vita. L'hai già detto anche tu, in decine di modi diversi. Nei tuoi libri e racconti.

- No, non lo è - rispose Dick. - Ma io rimango con i miei sensi di colpa. Dammi una sigaretta.

Gliela accesi e poi scivolai via dentro un arcobaleno. Volevo andare avanti. La barba lunga aveva sfumature di grigio, ora. La vita lo segnava. Aveva rughe intorno agli occhi.

Ma ormai era una star. Una stella dannata della scrittura. Lo incontrai dentro a un suo capolavoro. Volevo vedere se rintracciava la sua opera, all'interno della stessa.

- Hai scritto altri grandi libri Philip: nel 1964 I simulacri, La penultima verità, Follia per sette clan, tre grandi opere che ho divorato in quattro giorni. Poi nel 1965 mi hai sconvolto con Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Cronache del dopobomba. Sei un grande! Hai scritto altri romanzi, ma voglio ricordarti Do Androids Dream of Electric Sheep.

- Dove sei stato ancora? Perché me lo vuoi ricordare quel racconto? Perché proprio quello? Ho scritto tanto altro prima di quello. Era il '68 quando me lo pubblicarono. La gente era nelle piazze. Pensavamo di cambiare il mondo. Pensavamo di rivoltare la Terra come un calzino: mai più guerre, mai più imperialismo e colonialismo, libertà e democrazia per tutti! Invece... Maren è morta.

Fece una smorfia, gettò violentemente il fumo fuori dai polmoni e roteò la mano con cui teneva la sigaretta. Sentivo la sua frustrazione, il vuoto interiore che provava, la speranza andata in frantumi. La sua anima ribelle, la sua razionale follia, cozzavano contro il muro della realtà di un mondo che non cambiava, che precipitava sempre dentro a conflitti umani provocati da potenze economiche, militari, politiche che stavano o davanti a te, senza ritegno, in modo arrogante, o in disparte, nascoste, tra le pieghe di ogni società per azione o di ogni governo fantoccio o di ogni politico falsamente democratico e certamente corrotto o corruttibile. Lui precipitava di continuo dentro i suoi sensi di colpa, ci annegava. Era ossessionato dalla scrittura, dal suo essere un fallito con le donne, dai sensi di colpa e dalle frustrazioni di una vita che l'aveva piegato. Comunicava il suo disagio interiore, esistenziale, di anima in cerca di riposo e risposte, attraverso la sua infinita fantasia di scrittore di storie falsamente assurde e filosoficamente pregnanti.

- Dove siamo cazzo? - mi disse, poi continuò. - Maren aveva tre figlie. Io mi innamorai di una di loro, Nancy. Immagina che colpo per Maren. Credo sia stato questo ad ucciderla. Sono stato io. Due anni dopo nacque Isa. Mia figlia Isa.

Fece una pausa ed abbassò lo sguardo.

- Non cambierà mai nulla - disse guardandomi dritto negli occhi. - Non cambierò mai - concluse. - Dimmi dove cazzo siamo! Dimmelo ora!

- Guardati intorno - lo invitai.

Dick si girò e vide la nebbia svanire. Eravamo in un ufficio. L'ufficio di Barney Mayerson. La porta dell'ufficio era spalancata e Leo Bulero era piegato dalla stanchezza, e sporco.

- Cazzo! Mi hai portato in un mio romanzo!

- Sì - risposi io godendomi la scena.

Tra un attimo Leo avrebbe detto a Mayerson che l'avrebbe licenziato.

- Le tre stigmate... - sussurrò Dick.

- Sì.

- E perché?

- Così! Mi è piaciuto molto sai. Ne ho scelto uno a caso.

- Ho scritto di meglio.

- Hai scritto tanto, Philip. Sei uno dei più grandi scrittori di culto del novecento.

- Non farmi ridere - disse guardando la faccia stanca di Leo.

Risi. Gli misi una mano sulla spalla e gliela strinsi. Mi guardò con occhi liquidi.

- Non ho fatto grandi cose - disse.

Ricordai che nel '70 Dick era finito in ospedale per abuso di anfetamine. L'anno prima gli avevano pubblicato Ubik, grandioso e inquietante romanzo da leggere almeno tre volte, se vuoi sfiorare i labirinti oscuri della mente del Maestro P.K.Dick e della buia e illuminante storia che racconta.

Nonostante tutto questo, a quarantadue anni Dick si sentiva finito. Molti suoi amici erano morti per droga e Nancy, stufa di lui, della sua vita, della sua depressione tamponata dai medicinali, prese la bambina e se ne andò, lasciandolo solo. Completamente solo.

Dick precipitò ancora più giù, in fondo, annaspando nel fango, toccando il limite della follia e della solitudine totale. Sarà questo a spingerlo a entrare in clinica, per disintossicarsi, ma quel suo viaggio oscuro dentro tutte le possibili droghe di quel tempo, tranne l'eroina forse, ma è solo una ipotesi, gli faranno poi scrivere, nel '77, A scanner darkly, altro capolavoro fantascientifico nero, uno sviscerare le follie che una mente in preda alla droga percepisce come reali, una descrizione visionaria di un mondo fatto fino al midollo di sostanza m. Un mondo che alla fine è arrivato, gli anni '80, invasi dall'eroina, che trovavi in ogni angolo sotto casa tua, a prezzi stracciati, eroina che ha distrutto milioni di giovani e riempito i cimiteri. Un modo, una macchinazione, forse politica, per cancellare definitivamente i ragazzi del '68, le loro idee, la loro visione del mondo, i loro sogni.

Sospirai, guardando Dick negli occhi. Era stanco.

- Mi vuoi dire altro? - gli chiesi.

- Sì. Voglio parlarti di Tessa, vent'anni, bella, mi capisce, mi vuole. Me ne innamoro, faccio un figlio e viviamo vicino a San Francisco. Un bel periodo. Mi ero ripulito dalle droghe e la mia testa pensava a Dio. Non so il perché. Pensavo anche alla morte, ma a quella ci ho sempre pensato. Però ora cercavo qualcosa di soprannaturale: il divino. Avevo avuto delle visioni, quando mi drogavo, e quelle visioni ora uscivano fuori dalla mia testa e io le scrivevo. Alla fine scrissi ottomila pagine di qualcosa che poteva anche essere incomprensibile per molti. La chiamai Esegesi. Tessa diceva che sembravo un mistico in contatto con Dio, o con gli dei, o i demoni. Io le dicevo che parlavo con Dio, ma Dio non lo conoscevo e non parlava con me. Lo percepivo lontano e lo descrivevo, lo martellavo di domande, lo invitavo a farsi sentire, a farsi vedere, a rivelarsi in qualche dannato modo. Ero uno gnostico, in termini filosofici. Non mi capivano in molti però.

Effettivamente il lavoro che aveva fatto in quegli anni era stato grandioso. Da quelle ottomila pagine uscirà in seguito La trilogia di Valis, un'opera in tre volumi (Valis, Divina invasione, La trasmigrazione di Timothy Archer) in cui Dick approfondisce ed esplora il concetto del divino, di Dio, della realtà e dell'irrealtà in cui l'uomo vive ogni giorno, ignaro di cosa ci sia veramente oltre il muro della morte, dell'oscurità, delle religioni, al di là di ogni forma di materia ed energia.

Dick era anche questo: un uomo che non mollava mai, che cercava sempre, anche Dio, le verità nascoste, che insegnava a scrutare in ogni direzione, intellettuale fino in fondo, grande insegnante e folle resistente, incapace di amare o capace di amare troppo. Un uomo senza maschere.

Jung, Hermann Hesse e Harold Bloom descriveranno Dick come uno dei primi grandi interpreti dello gnosticismo moderno. Incompreso nel proprio tempo, dai più. Come ogni genio.

Ora però dovevo correre, andare in un luogo. Dovevo di nuovo abbandonarlo lì, con la sua birra in mano, nel suo romanzo. Mi dispiaceva, ma l'avrei rivisto.

Scelsi la data. Volai avanti. Di qualche anno.

Una data in cui lui stava lavorando al film di Ridley Scott, Blade Runner.

Un periodo bello, ma in cui il Maestro era già malato.

Ero sul set del film. Vedevo gli attori. Vedevo il regista. Ero seduto su una sedia nera, vicino a Dick. Stavano girando una delle ultime scene del capolavoro, il monologo del replicante prima della morte. Quel monologo che ha varcato i decenni e che ancora ci fa vibrare quando lo sentiamo, ci accende qualcosa dentro. Qualcosa che sta a metà strada tra la struggente malinconia e la tragedia del vivere e del morire.

"Io ne ho viste cose, che voi umani neanche potreste immaginare ...".

Un brivido mi attraversò l'intero corpo, dalla testa ai piedi.

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