Intervista a Philip Kindred Dick, terza parte

a cura di Giacomo Colossi

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Arriva alla sua conclusione il lavoro di Giacomo Colossi che ha intervistato il grande Philip K. Dick in esclusiva per Letture Fantastiche. Oltre alla fantascienza, la vita personale, le manie del grande scrittore e molto cinema.

Una saetta mi attraversò il cervello e guardai Philip. Dissi:

- Ehi, che ci fai qui?

Realtà virtuale dickiana, immagine rilasciata in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente Antonu

La realtà virtuale dickiana mette spesso a confronto più mondi fino a renderli impossibili da distinguere, tra finzione e verità.

Lui girò la testa e mi guardò col solito viso sornione, gli occhi scintillanti di adrenalina.

- Che ci fai tu, qui! - mi rispose nervoso.

- Ho pensato a te per molto tempo, fino a credere che tu fossi stato solo un mio sogno, un mio strano compagno che appariva nelle notti tremende della mia vita, a rivelarmi delle cose, a interrogarmi sul mondo. Ti ho cercato tante volte. Dove sei stato cazzo? Sei reale, lo so! Ma mi hai lasciato solo.

- Sono stato... via. Anni, per te. Pochi secondi, per me. Mi sono spostato in avanti... nel tempo. Ti volevo vedere qui, sul set del film che segnerà un solco nella storia del cinema.

Philip sorrise e guardò nella direzione di Ridley Scott.

- Quell'uomo è un genio - disse.

- Mi ha assecondato in tutto. In quasi tutto a dire il vero. La storia, per esigenze cinematografiche, è stata adattata, un po' riscritta. Però c'è tutto quello che volevo dire. Mi fanno incazzare i produttori, che vogliono montare il film in un modo che mi fa cagare, che io non voglio e che nemmeno Ridley vorrebbe. Infatti mi ha detto che comunque girerà anche altri pezzi del finale e non solo del finale, come io voglio che siano. Scene che devono trasmettere ciò che il mio libro trasmette. Poi si vedrà, durante il montaggio, se riusciremo a convincere i produttori.

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Sapevo che non li avrebbero convinti. Blade Runner, film distopico per eccellenza, lo avevo visto in un cinema di Padova, nell'anno in cui avevo fatto il militare, l'anno in cui dalla mia caserma, come da molte altre, partivano soldati per il Libano, causa i massacri di Sabra e Shatila. Era il 1982.

Poi avevo comprato una cassetta e me lo vedevo almeno una o due volte all'anno, e sempre mi comunicava le stesse forti emozioni: parlava di vita, di morte, di immortalità, di dolore, di amore, di speranza, di disperazione. Parlava del Penso, Dunque Sono degli androidi cacciati da Deckard, macchine biologiche ribelli che si ponevano le stesse domande degli uomini, e dunque umane. Un film divenuto cult movie, che conteneva frammenti importanti della filosofia e del pensiero di Dick.

Quando uscì il Director's Cut, nel 1992, lo considerai un capolavoro ancora più grande e ne presi il DVD. Come presi pure il DVD del Final Cut uscito nel 2007.

- I produttori fanno il loro lavoro - risposi infine a Dick.

- Pensano solo ai soldi.

- Sì e certi non capiscono proprio un cazzo di cinema e letteratura!

- Hai perfettamente ragione fratello, ma non ti preoccupare. Blade Ranner bucherà la storia.

Dick mi guardò e si accese una sigaretta.

- Tu sai tante cose e non me le vuoi dire. Tante cose su di me. Forza. Ricomincia con le domande. E rispondi anche ad alcune delle mie. Altrimenti te ne puoi andare fuori dalle palle.

- Ehi Dick - risposi ridendo. - Non dire così. Non puoi non rispondere alle mie domande. Sei nel mio sogno lucido, Maestro. In quanto alle tue domande, se posso risponderò.

Le voci del set erano un frastuono infernale. Non stavano girando, ma predisponendo la scena.

Le resi miti, concentrandomi su Dick.

- Volevo parlarti del cinema Philip. Dei film che hanno realizzato grazie ai tuoi racconti e romanzi. Sei l'autore di fantascienza che hanno saccheggiato di più, per fare film, ancora oggi, nel mio tempo. Ogni tuo racconto, e sono centinaia, ogni tuo romanzo, e sono decine e decine, vengono ristampati da editori, comprati da produttori, studiati da sceneggiatori per poterne fare film, o semplicemente per farli conoscere al grande pubblico.

- E qual'è il tuo tempo? - disse Dick serio. - Non me lo ricordo più da dove vieni... Jack!?

- 2014, Philip.

- Okkey. Cazzo! Non mi ricordavo. Che faccio nel 2014 Jack? Avrei... 86 anni!

- Sì - dissi ridendo. - Un cazzuto vecchietto che vive in una villa sull'oceano!

Mi impegnai molto per non far trasparire nulla della verità, della sua morte.

Sarebbe morto tra pochi mesi. Di infarto.

- Quale oceano Jack - rispose Philip contento.

- Quello che bagna la California.

- Wau! Che bugiardo - disse Dick convinto.

- Diciamo che ci hai provato - mi disse infine.

Poi da un piccolo frigo vicino alla sedia estrasse le solite due birre e me ne offrì una.

- A la vida! - disse, e sorseggiammo le nostre birre. Avevo un peso sul cuore. - Sono malato, non arriverò mai così lontano. Raccontami dei film.

Rimasi un attimo in silenzio, a guardare il suo viso barbuto ed i suoi occhi che passavano dall'osservare il set all'osservare attentamente me.

- Forza! - disse ancora. - Sono curioso, lo sai!

- Si certo, lo so - risposi io bevendo metà della birra in un lungo sorso. - Blade Ranner è il primo di una lunga serie di film tratti dalle tue opere, come ti ho già detto. Molti altri ne faranno, di film, e altri ancora saranno liberamente tratti dalle tue idee scritte nella tua lunghissima e complessa produzione letteraria.

- Dimmi del secondo film...

- Ora ti parlerò del futuro Philip. Non so nemmeno se sia giusto farlo.

- Hai paura di modificare qualcosa nel mondo?

Scoppiò a ridere. Lui che aveva scritto di tutto, ora era l'oggetto di un episodio temporale che avrebbe potuto influire, forse, sulla sua e mia vita. Non avevo certezze di quello che facevo.

- Senti Philip - dissi. - Se le informazioni che ti darò ora modificassero il futuro? Io non so se posso parlare di ciò che ancora non è avvenuto. Mi rendo conto solo ora che sono un idiota. Potrebbe succedere di tutto sai. Anche tu hai scritto di queste cose...

- Non dire cazzate e comincia a parlare - mi interruppe Dick bruscamente. - Non succederà nulla al mondo! Credimi. Al massimo tu non ritorni più indietro e qui si materializza il Terzo Reich! Sig Hael!

Scoppiò a ridere e finì la sua birra. Accese un'altra sigaretta e me ne offrì una. Mi dissi che ormai non mi potevo tirare indietro. Non lo potevo lasciare così, senza dire nulla.

Ma sì, pensai. Non succederà nulla di nulla. E se succede qualcosa...Vaffanculo!

- Il secondo film è del 1990 - dissi.

- Il suo titolo è Atto di forza (Total Recal), di Paul Verhoeven, e viene tratto dal tuo racconto Ricordiamo per voi.

- Bello quel racconto... e il film? - chiese Dick.

- Un successo, ma nulla a che vedere con Blade Runner.

- Nel '92 da Confessioni di un artista di merda realizzano Confessions d'un Barjo, che passa un po' in sordina tra i cinema delle città. Nel '95 invece Screamers: urla dallo spazio, tratto dal tuo racconto Modello Due, ottiene un buon successo. Sempre dallo stesso racconto, tanto magnifico quanto alienante e fosco Philip, realizzeranno la saga di Terminator, un ciclo di film che parte dal 1984 e arriva agli anni miei. Parla della lotta tra androidi ed esseri umani, l'eterna lotta di cui tu hai spesso parlato nei tuoi scritti. Una lotta per distruggere l'uomo e per fermare le macchine.

- Ma nessuno mi ha ancora chiesto nulla Jack - mi disse Dick aspirando una boccata di fumo. - Intendo dire che nessun regista o produttore si è ancora fatto vivo per Modello Due.

- Beh aspetta e vedrai, il 1984 è vicino!

Un altro colpo al cuore mi buttò a terra, moralmente. Che stavo facendo? Illudevo un uomo che doveva morire tra pochi mesi? Sì! Stavo proprio facendo quello. No! Non lo stavo illudendo. Gli stavo dicendo la sola verità. Gli raccontavo di un pezzo di storia in cui lui non ci sarebbe più stato, fisicamente. Ma nei suoi film, nei suoi libri ripubblicati, sì. Lì, sarebbe stato sempre presente. Sempre e costantemente presente. Non potevo dirgli che non avrebbe visto l'alba del 1984, ma potevo dire tutto di quello che sarebbe stato realizzato attraverso la sua vastissima opera letteraria.

Questo lo potevo fare, sì.

- Nel 2002 esce il film L'Impostore, basato sull'omonimo tuo racconto; ma ne esce anche un altro, sempre tratto dal tuo racconto, che ha buona critica e raccoglie l'approvazione del grande pubblico, Minority Report, del regista Steven Spielberg.

- Cazzo! Spielberg! Dai Jack! Non è che stai esagerando un po'?

- No. Te lo garantisco. Anche Paul Verhoeven non è male come regista sai! Anzi, nella fantascienza ci sa fare, e molto bene.

Dick guardò la scenografia di fronte a lui con una malinconia che non capivo in quel momento. Osservò attentamente Harrison Ford e Rutger Hauer che parlavano fittamente con Ridley Scott e poi mi disse:

- Ascolta Jack. Io sono... felice di quello che mi stai raccontando ora, ma forse è meglio che ti fermi. Non voglio sapere più niente. Non perché potrebbe succedere qualcosa conoscendo il mio futuro o il futuro delle mie opere, quelle sono cazzate, ma perché... non mi interessa. Ho sempre combattuto contro i poteri forti, mi sono sempre schierato con i più deboli, i perdenti, quelli messi nell'angolo, dalla vita o da uomini più forti di loro. Ho sempre descritto antieroi nei miei libri. Non voglio sapere che diventerò qualcosa di diverso da quello che sono stato, che sono ancora oggi, nonostante i quattro soldi che prenderò forse per questo film. Credo ancora in tutto ciò che ho fatto, scritto, letto e detto sui giornali o ai media. Non voglio svegliarmi un giorno dentro a una villa con davanti l'oceano e sentirmi uno dei più grandi ipocriti e stronzi d'America. Non so se mi capisci.

Lo capivo. Lo capivo benissimo. Gli chiesi una sigaretta e un'altra birra.

- Ok Philip. Ti comprendo fino in fondo. Ti devo anche dire che ti stimo molto, ma forse lo avevi già capito. Dimmi tu adesso: concludiamo l'intervista qui?

Dick mi guardò, sempre malinconico, con la sua barba bianca e nera, gli occhi velati da qualcosa che non capivo. Glielo dissi.

- Che cos'hai, che ti succede? Sei diventato buio.

- Se vuoi ne parliamo - rispose lui.

- Di cosa? - dissi io.

- Del buio. Del buco nero che ho dentro e che mi ucciderà - replicò guardandomi dritto negli occhi.

- Mi hai già parlato dei tuoi sensi di colpa, anni fa Philip. Smettila di tormentarti.

- Non ci riesco. Ma non sono i sensi di colpa comunque...

- Io non voglio che ne parli - gli dissi appoggiandogli una mano sul braccio. - Ti fa solo male. Parlami dei tuoi sogni invece.

- Ti ho detto che non sono i sensi di colpa che mi hanno acceso il nero dentro, ora - disse.

- Cosa è scattato nella tua testa? Di che buco nero parli... - chiesi piano.

- La malinconia, la depressione. Arriva così. E' sempre successo. Un tempo scrivevo e la mettevo a tacere per un po'. Te l'ho detto varie volte mi sembra. Non ricordo. Ora non scrivo più e la malinconia dilaga dentro di me. Un attimo prima sono allegro, un attimo dopo sono grigio, nero, perché gli argini del mio animo fondamentalmente infelice si rompono e tutto esce fuori, e mi seppellisce sotto strati di pigrizia e noia e inquietudine e voglia di morire. Di sparire. Ora dovrei essere felice, sono qui sul set di un grande film con grandi attori e un grande regista. Sono qui con te, nel tuo lucido sogno. Ma non mi basta. Non mi basta niente. Non mi basto mai. Da sempre. La depressione mi ha scavato dentro buchi tremendi. Non li riempirò mai più.

- Parlami dei tuoi sogni Philip - gli chiesi aspirando fumo. Non sapevo più come condurre quell'intervista. Non voleva più parlare di quello che volevo io. Forse nemmeno dei suoi sogni.

- I miei sogni - disse a bassa voce abbassando lo sguardo. - Non ho sogni. Avrei voluto un mondo diverso, senza guerre, atrocità, disparità sociali, povertà, malattie: un mondo che non può esistere. Avrei voluto essere un uomo migliore, e non lo sono stato. I miei sogni? Una bottiglia di birra, una sigaretta, una macchina da scrivere e una donna da amare e che mi ami per quel che sono. E qualche soldo per non vivere tra i topi. E poi parlare con Dio, se mi vuole ascoltare. Parlare con lui, di quello che ha sbagliato nel fare me e nel fare tutto il resto.

Sorrise. Ma era un sorriso pieno d'amarezza. La depressione era sempre stata la sua più fedele compagna di vita. Dissi:

- Volevo solo dirti una cosa, Philip. Due, al massimo. Primo, che lui, sai di chi parlo, esiste davvero, c'è davvero. Anche se non come l'abbiamo pensato e ne abbiamo fatto esperienza finora... o come riusciremo mai a farlo. E secondo... non può aiutarci più di tanto. Forse un po'. Ma se ne sta a mani vuote; capisce, vuole aiutare. Ci prova, ma... non è così semplice, tutto lì. Non mi chiedere perché. Forse non lo sa nemmeno lui. Forse è perplesso anche lui. Persino dopo tutto il tempo che ha avuto per pensarci su.

Dick mi guardò serio, poi sorrise ancora.

- Bella citazione. Le tre stimmate di Palmer Eldritch riassumono bene quello che intendo su Dio, in parte. Poi potrei dire tante altre cose. E tante le ho dette, su di lui. Chi lo capisce è bravo!

- Volevo smuoverti dal torpore che ti ha preso. Vuoi parlare di Dio?

- Assolutamente no, cazzo! - rispose quasi urlando. - Non lo cerco più. Se mi vuole cercare lui, sa dove sono. E non ne parlo più. Ne ho parlato fin troppo. Tu ci credi in lui?

Rimasi in silenzio e il mio silenzio fu la mia risposta.

- Ok - disse Dick.

- Dimmi che ci faccio qui, ora. Ti ho detto cose su Ridley Scott che... non mi pare di aver mai neppure pensato. Che stai facendo con questo tuo sogno lucido, Jack?

- Volevo farti vedere qualcosa di bello. Ho ricreato tutto con la mia mente, il set, gli attori, il replicante, tutto. Ricordandomi del film mi sono detto: prendo Philip e lo porto lì, e parliamo un po'. Ma forse è stata una cazzata. Questa intervista sta venendo di merda. Non riesco più a capirti. Non mi faccio capire io forse. Ho complicato tutto vero?

- No - disse Dick. - Mi piace essere qui, su questo set che è una proiezione della tua mente. Però... mi chiedo perché tu hai voluto farmi tutte queste domande. A chi interessano, Jack?

- A molte persone - risposi sincero.

- Sto scrivendo degli articoli su di te, molti non ti conoscono, altri vogliono conoscerti meglio. Volevo arrivare a parlare di cinema ma tu non vuoi. Che devo fare? Me ne devo andare via? Oppure dimmi tu cosa vuoi fare. Mi vuoi portare da qualche parte?

Lo stavo sognando su quel particolare set, ma lui non ci era mai stato. Aveva visto qualcosa di ciò che Ridley Scott aveva realizzato per girare Blade Runner, ma non molto. E alla fine aveva assistito alla proiezione di soli venti minuti di girato. Poi era morto. Morto, cazzo, senza veder realizzato niente di niente della sua opera. Ancora una volta la vita lo aveva castrato, fino in fondo stavolta. "Hanno catturato perfettamente il mio mondo interiore", dichiarò Philip dopo aver visto i set e i venti minuti di film. La cosa assurda, o impensabile, era che né Ridley Scott né lo sceneggiatore David Webb Peoples avevano letto il romanzo di Dick. Si erano limitati a leggere lo script di Hampton Fancher, che a Dick non era neppure piaciuto. Prima di Scott, Dick era stato contattato anche da Martin Scorsese, ma non era arrivato a nulla con lui. E prima dell'uscita del film fu anche proposto a Dick un contratto da 400 mila dollari per realizzarne la novelization. Philip rifiutò, le case editrici che detenevano i diritti del suo romanzo lo ripubblicarono come Blade Runner e con la locandina del film in copertina.

Insomma Dick era Dick. Puro fino in fondo. Che cazzo dovevo fare ora?

- Sei silenzioso - mi disse Dick guardando in alto e accendendosi ancora una sigaretta. - Stai pensando troppo Jack. Dimmi a cosa.

- A tutta la storia del film. A te che rifiuti 400 mila dollari - gli risposi calmo. - E bada bene, tu potevi solo rifiutare. Tu sei fatto così.

- Forse sono stato un coglione, invece - disse offrendomi la sua sigaretta.

- O forse no.

Si alzò e osservò ancora una volta tutto il set. Se ne voleva andare, lo sentivo.

Dovevo lasciarlo andare. Mi alzai, gli porsi la mano destra e me la strinse forte.

- Ciao Jack - mi disse con voce calma.

- Ciao Philip - dissi io un po' emozionato.

Subito dopo si dissolse davanti agli occhi. Poi mi guardai intorno e tutto il set fluttuò per alcuni secondi, come in un effetto speciale, e scomparve.

Mi ritrovai nel mio letto. Sudato e tremante. Gli occhi spalancati sul soffitto.

Pensai a Dick. Pensai a Blade Runner, al monologo del replicante. Ero stato lì. No, lo avevo solo sognato. Hauer lo aveva trovato poco drammatico e troppo lungo, quel monologo, perciò aveva deciso di usarne solo un pezzo e di aggiungere le ultime due frasi, scritte di suo pugno:

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

A Dick erano piaciute molto quelle due frasi del monologo...

- Invece pensano tutti che le abbia scritte io - sentii dire al mio fianco.

Mi girai e vidi Philip. Non era possibile.

- Si che lo è - disse la voce.

- Ora tu sei dentro al mio lucid dream, Jack. E mi parlerai di cinema o di quello che vuoi.

Guardò fuori dalla finestra e disse:

- Volevo fare un salto nel 2014... prima di morire! Me lo immaginavo diverso. Ho consultato il libro dei mutamenti, dopo che te ne sei andato l'ultima volta. Mi ha consigliato di venire a trovarti... anche per poco. Ed eccomi qui...

Non riuscii a rispondere. Dick mi guardò, mi sorrise, si lisciò la barba e scomparve.

Rimasi intontito a guardare in ogni angolo della mia camera. Vidi solo una luce guizzare sul soffitto, un raggio blu elettrico che veniva risucchiato... via.

Poi mi dissi di aver sognato. Ero stato via troppo tempo e il mio cervello doveva riadattarsi alla... vecchia normalità del 2014. O forse avevo visto un miraggio di Dick. Ero confuso.

Mi alzai, mi feci un caffè e accesi il portatile e una sigaretta. Dovevo finire l'intervista. No. L'intervista era finita. Dovevo parlare dei film.

Ok. Vi parlerò dei film.

Ma vi farò un elenco semplice, così vi renderete conto di quanto il Maestro ha dato al cinema.

Paycheck, film del 2003, di John Woo, tratto dal racconto I labirinti della memoria.

A Scanner Darkly, del 2006, di Richard Linklater, tratto dal romanzo Un oscuro scrutare.

Next, del 2007, di Lee Tamahori, tratto dal racconto Non saremo noi.

Radio free Albemuth, del 2010, di John Alan Simon, tratto dal romanzo omonimo.

I guardiani del destino, del 2011, di George Nolfi, tratto dal racconto Squadra riparazioni.

Total Recall, del 2012, di Len Wiseman, secondo film tratto dal racconto Ricordiamo per voi.

Seguono altri film che sono stati ispirati chiaramente dalla opera di Philip Dick.

The Truman Show, del 1998, di Peter Weir, tratto dal romanzo Tempo fuori luogo.

eXistenZ, del 1999, di David Cronenberg, ispirato dal racconto I giorni di Perky Pat e dal romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldritch.

Waking Life, del 2001, di Richard Linklater.

Matrix, tutto il ciclo, dal 1999 al 2003, dei fratelli Wachowski, che si ispirano liberamente ai romanzi Ubik, Valis, La svastica sul sole, ma anche Labirinto di morte.

Inception, del 2010, di Christopher Nolan, va a prendere idee un po' ovunque nell'opera dickiana, soprattutto dal romanzo Ubik.

The Island, film del 2005, di Michael Bay, è tratto dal romanzo La penultima verità.

Ora vi sto tediando. Vi dico solo che Vanilla Sky, Apri gli occhi, Dark City, L'esercito delle 12 scimmie, Il tredicesimo piano, Memento e tanti altri film ancora, sono stati realizzati grazie alle idee veicolate nei racconti e romanzi di Philip Dick...

- E molti altri ne realizzeranno... Jack!

Mi girai e non vidi altro che un'ombra, sul muro, che veniva riassorbita dalla parete.

Poi una scarica elettrica e odore di ozono.

Possibile che avessi sentito e visto di nuovo Dick?

Non avrei mai risposto a quella domanda.

Mai.

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