Intervista allo scrittore Stefano Valente

a cura di Letture Fantastiche

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Lo scrittore Stefano Valente

Erudito e molto preparato in ambito narrativo, oltre a essere un profondo conoscitore della letteratura portoghese, Stefano Valente è anche un ottimo scrittore di fantascienza.

Letture Fantastiche: Domanda a bruciapelo: com'è nata la tua passione per la narrativa fantastica e speculativa?

Stefano: Devo risalire alle prime letture dell'adolescenza. All'impatto che ebbero sulla mia fantasia alcuni scrittori, soprattutto i racconti di Edgar Allan Poe.

Indimenticabili! Macchine narrative perfette! Poe è il padre assoluto della letteratura moderna, mostra e mette in atto i principi strutturali sui quali tuttora si fonda la dinamica della scrittura, dal racconto breve fino al romanzo. Il climax, il pathos, il gioco dei diversi io narranti ecc. Non solo. Con Poe ha origine anche il concetto di genere letterario. E il suo superamento. Pur essendo figli della letteratura gotica e neogotica, i suoi testi anticipano la contaminazione fra differenti tendenze.

Un esempio: il ciclo poliziesco dell'investigatore Auguste Dupin (I delitti della Rue Morgue, La lettera rubata, Il mistero di Marie Roget) è sì detective story ante litteram; tuttavia si dipana con meccaniche tipiche del racconto del terrore o della narrazione speculativo-filosofica ottocentesca, introduce la ricerca psicologica e ricorre persino al linguaggio giornalistico dell'epoca (non scordiamo che Poe scrisse articoli e saggi su varie testate).

Il "fantastico" ha quindi per me un'accezione assai poco standardizzata. Detesto i libri "di genere", vorrei che ogni scrittore si spingesse oltre, che forzasse i limiti. Non mi attira un libro che è solo fantascienza, o noir, o peggio: un urban fantasy con giovani vampiri o mostri teenager. Le "specializzazioni" che gremiscono gli scaffali, oggi, fanno rabbrividire. Portano a un appiattimento verso il basso della narrativa cosiddetta popolare, che poi è spesso la base su cui si forma una generazione. Nel mio piccolo tento di incrociare, fondere i generi, perché - ipotizzo - un resoconto storico documentato può ben essere un thriller con risvolti politici o contenere un saggio (ho affrontato un'operazione analoga nel romanzo Lo Specchio di Orfeo), o, tanto per restare nell'immaginario, celare pieghe paranormali... Ma naturalmente non basta comporre un amalgama di generi, puro e semplice...

Poe, insomma, imprescindibile. Lo sprone iniziale, senza dubbio. E poi tanti altri autori...

Per Letture Fantastiche stai realizzando una breve storia della fantascienza e del fantastico in Portogallo, nazione a torto poco considerata nella letteratura fantastica internazionale. Spiegaci quali elementi ti hanno attratto a tal punto nella letteratura di quel paese da farne un oggetto di studio oltre che di lettura.

Lo specchio di Orfeo, romanzo di Stefano Valente

Direi poco considerata nella letteratura in generale. E molto a torto.

Fin dai miei primi contatti con gli autori portoghesi (negli anni '80, sulle belle edizioni Accademia che proponevano i poeti lusitani con traduzione a fronte) mi è parso evidente che il panorama letterario del Portogallo offrisse un quid del tutto originale - e divergente - rispetto alle altre nazioni. Una sorta di straniamento irresistibile e inquietante, come quella sensazione che ci lascia interdetti quando per un attimo, con la coda dell'occhio, la nostra visione coglie un particolare che sappiamo determinante e che, pure, non riusciamo a focalizzare. Tanto meno a ordinare nel contesto generale.

Con la frequentazione della cultura e degli autori portoghesi quella "nota" dissonante si è fatta nitida. E allora anche le costellazioni dei diversi io di Fernando Pessoa (che domina il Novecento portoghese con la proliferazione dei suoi eteronimi e dei loro testi) hanno assunto significato. Al centro di tutto la visione, per l'appunto - o meglio: le visioni. La letteratura del Portogallo (e in parte anche quella degli altri Paesi lusofoni) persegue costantemente punti di vista "altri", legge la realtà con occhi sempre nuovi. Fino, a volte, a distorcerla, alterarla. Perciò Pessoa - quasi in una "patologia letteraria" di personalità multipla - moltiplicò i suoi se stesso e diede loro voce; perciò il nobel José Saramago, molti anni più tardi, ribalterà il divenire storico - e le sue conseguenze, collettive e individuali - in un romanzo come Storia dell'assedio di Lisbona, mostrando che è sufficiente un non intercalato arbitrariamente in un manoscritto ("I crociati NON aiuteranno Lisbona"), per modificare la stessa realtà.

A tutt'oggi non ho incontrato altre letterature in cui questo diverso guardare sia così spiccato, marcante. Il piccolo, insofferente Portogallo al margine più occidentale d'Europa, nei secoli proiettato a solcare gli oceani - verso nuove terre da esplorare -, è in fondo "l'orlo del mondo". È abituato alla vertigine, al limite...

Con Breve storia della fantascienza e del fantastico in Portogallo tento un tema assai poco studiato, fors'anche in terra lusitana. È uno studio che riserva sempre nuove sorprese perché, anche nell'ambito della SF, gli autori portoghesi evidenziano tendenze decisamente "fuori dal coro". Ma ve ne accorgerete leggendo su Letture Fantastiche...

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A parte la saggistica, ti piace scrivere narrativa. Questo passaggio ti risulta difficile?

Nessuna scrittura è "facile". È un vero e proprio lavoro, sia nel senso fabbrile - della plasmazione di qualcosa di nuovo -, sia nel senso dell'impegno, dell'esercizio faticoso. A un testo si dà forma e senso partendo da una materia il più delle volte disordinata, intrisa di elementi che è necessario far emergere, risaltare, oppure accennare o addirittura negare. Ma attenzione: è indispensabile l'aspetto critico, l'analisi dell'autore, la ricerca e l'introspezione testuale. Scrittura, insomma, non è mero assemblaggio di dati, elenco di successione di eventi. Un tempo si distingueva fra scrivere e compilare. Oggi, nell'era del "copia e incolla", questa distinzione è scomparsa: paradossalmente. Persino a livello accademico.

Ritengo invece che la saggistica "seria" abbia molto da insegnare alla narrativa. Le emozioni che un romanzo o un racconto intendono trasmettere non possono fare a meno della chiave analitica, dell'ordine logico tipici del saggio (e allora potrei citare di nuovo le "macchine perfette" delle novelle di Poe).

La serpe e il mirto, romanzo di Stefano Valente

Molto più arduo affrontare il piano narrativo. Qui intervengono le sensibilità proprie e personalissime dell'autore, la sfida ai registri linguistici, al calarsi nella storia, a mimetizzarsi nei personaggi e nel contempo a tenere da questi la giusta distanza. E il ritmo, la musicalità delle frasi - anche questo. Narrare il più delle volte è un'acrobazia: di equilibri inafferrabili, fragilissimi...

A me piace spiazzare il lettore, attirarne fantasia e cuore in una rete di vicende e colpi di scena in cui la realtà mostra il suo volto più nascosto. E sempre "giocando" con la Storia ufficiale - quella con la s maiuscola - e i suoi risvolti.

Come nel mio romanzo La Serpe e il Mirto (1978)...

Ogni autore di narrativa tende consciamente o inconsciamente a ricercare l'originalità, ma è in pratica impossibile dimenticare gli scrittori che si sono letti e sulle cui opere ci si è formati. Quali consideri i più importanti per te e per le tue opere?

Ce ne sono molti, posso giusto fare un elenco disordinato, di sicuro parziale. I modernisti portoghesi, cominciamo da questi: il citato Pessoa... Tutto nasce dalla poesia. Poesia i primi testi che ho letto, poesia i miei primi tentativi letterari. I poeti sono i funamboli della lingua, i destabilizzatori della struttura linguistica. Cerco anche questo nella scrittura. Come pure l'aspetto dell'oralità, della narrazione che possa riformulare - mai restituire: è impossibile e inutile - il flusso del pensiero. Ecco allora l'immenso João Guimarães Rosa, misconosciuto in Italia, vero e proprio "Dante" degli altipiani brasiliani del Sertão (la cui opera più nota è appunto Grande Sertão). E ovviamente la parola-fiume di Saramago. Fondamentali per me anche i mostri sacri argentini: Borges, Bioy Casares. E Silvina Ocampo, moglie di quest'ultimo. Julio Cortázar, poi, è un riferimento costante. Che dire di Cortázar? Uso le parole di un altro grandissimo che adoro, il cileno Roberto Bolaño: "Cortázar è il migliore". Tornando in Europa tre nomi molto lontani tra loro: Vladimir Nabokov, Marguerite Yourcenar e l'ungherese Ágota Kristóf. Fra gli italiani - cito a casaccio - Gadda, Calvino, Sciascia, Buzzati. E Manganelli - fantastico -, Anna Maria Ortese... Quanti ne lascio fuori! In ultimo metto Hugo Pratt: assai più che fumetto, vera letteratura.

Ci siamo occupati fino a ora dell'aspetto letterario della tua personalità, ma il resto? Vogliamo scoprire un po' di Stefano Valente nella vita quotidiana.

opera illustrativa di Stefano Valente

La parola-chiave è creatività. La mia è una famiglia di artisti, sono cresciuto nello studio stipato di cavalletti, tele, colori e bozzetti di mio nonno Anton Pietro: personalità d'eccezione, tra i firmatari del manifesto futurista, pittore, architetto e scenografo, cattedratico all'Accademia di Belle Arti di Roma. Mio padre, insegnante di Storia dell'Arte e giornalista, ha seguito le sue orme, con una ricerca personale che lo ha condotto all'astrattismo. Io stesso disegno e dipingo da sempre: prediligo il segno grafico, l'illustrazione e il fumetto (sceneggiatura compresa). Il mio tempo "libero" dalla parola scritta si divide così fra matite, chine, pennelli ed elaborazioni di computer-grafica: una fase spesso successiva alla creazione su carta. Quando non sono impegnato in recensioni o articoli per alcune testate online, o col mio blog Il Sogno del Minotauro con cui traduco e diffondo la narrativa breve e la microficción iberica. O quando non mi occupano i miei studi storico-linguistici (un altro mio interesse è per l'appunto la linguistica: sono laureato in Glottologia e specializzato in Lusitanistica), alcuni dei quali si possono leggere qui.

Per finire, cosa dobbiamo aspettarci da te in futuro e cosa ti aspetti tu dal futuro, in particolare in ambito letterario?

Più coraggio: sì, soprattutto questo. E per coraggio voglio intendere sperimentazione, apertura a nuovi registri letterari, a contaminazioni d'ogni tipo: di genere, di culture, di lingue addirittura. Come autore mi impongo questo obiettivo - difficile, inaccostabile senza partire da una profonda umiltà (il che vuol dire revisioni su revisioni, riscritture continue, partenze e abbandoni e poi nuove partenze; anche distruzione di interi capitoli).

Lo stesso coraggio si deve pretendere dal panorama editoriale. L'editore dovrebbe avere un ruolo "edificante", fare cultura, crearla, stimolarla. Intorno purtroppo vedo una esclusiva attenzione alle vendite e la convinzione che esse coincidano necessariamente con gli stessi "prodotti" (termine orrendo per definire i libri) di sempre, con i generi più in voga o - come usa il mondo anglosassone degli scaffali - il mainstream.

Ma non mi rassegno. Per l'immediato futuro ho in serbo delle novità che non posso ancora svelare. Di sicuro spingerò il lettore fin sull'orlo del precipizio - là dove agiscono, vagano, sognano i protagonisti delle mie storie...

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