La Mummia dai culti sepolcrali del Sud America alla ricerca dell'immortalità nell'Antico Egitto - Prima Parte

di Gianluca Turconi

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Ogni cultura umana ha avuto e ha idee sulla vita dopo la morte, con le particolarità tipiche della propria tradizione o religione. Nell'Antico Egitto, l'imbalsamazione del corpo, per preservarlo nell'Aldilà attraverso la trasformazione in mummia, fu al centro delle credenze di una tra le più grandi civiltà esistite. Partendo da queste basi, difficilmente qualcuno avrebbe pensato che le mummie sarebbero diventate personaggi chiave dell'immaginario horror cinematografico e letterario moderno.

Etimologia del termine

Il vocabolo "mummia", con cui oggi ci si riferisce ai cadaveri imbalsamati per varie cause, ha un'origine antica, anche se non risale direttamente all'Antico Egitto. La parola infatti deriva dal latino medievale mumia che a sua volta è una modificazione del termine persiano mum, il quale in origine significava semplicemente bitume. Questo materiale era in effetti utilizzato nel processo di mummificazione egizio, ma esso finì con l'indicare anche il cadavere imbalsamato per il caratteristico colore scuro, quasi nero, che assumevano le antiche mummie sotto le fasce di cui erano ricoperte.

Si può quindi comprendere l'evoluzione del significato letterale del termine in fasi successive:

  1. materiale utilizzato nella mummificazione;
  2. processo di mummificazione;
  3. cadavere imbalsamato secondo le tecniche egizie;
  4. qualunque cadavere imbalsamato, per qualunque processo e causa.

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Le mummie antiche

Sebbene le mummie più famose appartengano alla cultura egizia e siano state volontariamente imbalsamate dagli uomini per scopi religiosi, la storia antica ce ne ha lasciate molte altre, assai diverse tra loro, sia per collocazione geografica sia per il processo di mummificazione.

Per esempio, con la parola tedesca Moorleiche si identificano cadaveri di esseri umani scoperti nell'Europa nordoccidentale in paludi o torbiere, i quali devono la propria mummificazione a incidenti di vita quotidiana che li fecero sprofondare, anche in epoche molto antiche, nelle tombe paludose in cui furono in seguito ritrovati. Il processo di mummificazione, in questi casi, è dovuto all'acidità, alle basse temperature e all'ambiente privo di ossigeno che divenne la loro tomba.

Invece le cosiddette Mummie di Tarim, ritrovate nelle zone desertiche dell'attuale area dello Xinjiang nella Cina occidentale, divennero mummie a causa dell'ambiente estremamente asciutto e salino in cui conclusero la loro vita.

Esame di laboratorio su una mummia di Llullaillaco, immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generico, fonte Wikipedia, utente Bumicala

Esame di laboratorio su una mummia di Llullaillaco.

Dagli altipiani desertici della Cina, si può passare alle bassissime temperatura delle pendici del vulcano Llullaillaco, in Sud America, dove furono scoperti i Bambini di Llullaillaco, nome collettivo che comprende due giovani ragazze e un bambino di periodo Inca, sepolti forse per ragioni sacrificali e preservati in maniera perfetta dall'ambiente estremo di quella montagna. Oggi queste mummie sono conservate nel Museum of High Altitude Archaeology (MAAM) a Salta, in Argentina.

Il passaggio al processo di mummificazione artificiale ebbe origine proprio in quei paesi in cui l'ambiente innescava la mummificazione naturale.

Tra le mummie antiche create per mano dell'uomo, le più famose sono sicuramente le egizie. Secondo la tradizione, gli Egizi distingueva tra Terre Nere, bagnate dal Nilo e simboleggianti il Mondo della Vita, e Terre Rosse, dominante dalle sabbie del deserto, luogo di morte e anticamera dell'Aldilà.

E' proprio in queste Terre Rosse, a Uan Muhuggiag in Libia, che intorno al 3500 a.C. ci fu lasciato un primo esemplare di mummia creata dall'uomo. Questo procedimento dovette affascinare i vicini Egizi a tal punto da adottarlo come sistema di sepoltura anche per i propri morti.

A differenza di molti popoli antichi, in Egitto non si credeva nell'intangibilità dello spirito (o anima) dell'essere umano dopo la morte. Anzi, si riteneva che a seguito del decesso cominciasse una serie di prove che se superate correttamente avrebbero condotto il defunto a una nuova vita nei "Campi Aaru" o Campi dei Giunchi. Nella descrizione presente nella letteratura votiva antica, quei Campi sono molto simili alla regione più fertile e rigogliosa d'Egitto: il Delta del Nilo.

Gli Antichi Egizi ritenevano che l'essere umano fosse composto da diversi elementi, i kheperu, tutti essenziali per l'inizio della nuova vita. Purtroppo, con la morte essi si separavano e perciò i cerimoniali di sepoltura dovevano assicurare che si potessero riunire, pena l'impossibilità di sopravvivere nell'Aldilà. Analizziamoli sinteticamente:

  • Ka. Corrisponde all'energia vitale e nel corso della vita è ospitato nel corpo materiale. Al momento della morte il ka abbandona il corpo fisico, ma non si allontana mai molto da esso e non scompare, essendo immortale e destinato a riunirsi con il ba nei Campi Aaru, per ripristinare l'anima nella sua completezza, l'akh;
  • Ba. Corrisponde, grosso modo, alla personalità del singolo individuo, con tutte le sfaccettature che ne costituiscono il carattere. Nella tradizione egizia viene spesso rappresentato come un uccello, dato che nell'Aldilà ha la tendenza a trascorrere il giorno nei Campi Aaru, mentre di notte torna a riposare nel sahu, il corpo mummificato;
  • Akh. Dall'esistenza solo potenziale nel corso della vita, l'Akh si completa dopo la morte, con l'unione del Ka e del Ba. Insieme all'ib (il cuore dell'uomo) compiva l'ultimo viaggio dell'esistenza, sottoponendosi a molteplici prove, fino a giungere nella Sala degli Dei, dove si svolgeva la Cerimonia della Pesatura del Cuore, nel corso della quale il dio Anubis, protettore dei morti, avrebbe verificato che l'ib fosse più leggero di una piuma, a testimonianza che il deceduto fosse virtuoso e quindi meritevole di proseguire verso i Campi Aaru. Se tale Pesatura fosse risultata sfavorevole, Ammit il Divoratore avrebbe mangiato il cuore del deceduto, la cui esistenza sarebbe cessata in quell'istante.
  • Khat e Sahu. Secondo le credenze egizie, in origine il Dio Khnum creò il khat, cioè il corpo meno il cuore, e lo pose nel grembo materno come contenitore per gli altri elementi che costituiscono l'essere umano. Col sopraggiungere della morte, la sua funzione primaria viene meno e grazie al processo di mummificazione si trasforma in sahu, il luogo di riposo per il ba e altre parti del corpo nella nuova vita ultraterrena.
  • Ib. La creazione dell'ib, il cuore, nella tradizione egizia è singolarmente romantica. A differenza del resto del corpo, esso non fu creato dal dio Khnum. Al contrario esso è costituito da una goccia di sangue sgorgato dal cuore della madre al momento del concepimento e trasformatasi nel cuore del proprio figlio. Per gli Egizi il cuore era il centro di controllo dell'intero organismo, da qui la sua grande importanza nei cerimoniali di sepoltura. Nel processo di mummificazione, il cuore non era rimosso o, se danneggiato, veniva sostituito con un apposito medaglione votivo in mancanza del quale non si sarebbe potuta tenere la Cerimonia della Pesatura, condannando il defunto a un'eterna sospensione del divino giudizio finale. Forse nacquero così le storie sui primi fantasmi che vagabondavano sulla Terra.
  • Ren. Esso è nient'altro che il nome di ciascuna persona. Assumeva un'importanza molto rilevante, in quanto un neonato era considerato completo solo quando riceveva un nome proprio. Infatti, in sua assenza, dopo la morte il defunto non avrebbe potuto essere ricordato con apposite iscrizioni sulla sua tomba o bara e le generazioni future avrebbe perso memoria della sua esistenza. Furono anche creati appositi incantesimi affinché i nomi non fossero mai dimenticati.
  • Sheut. In un paese assolato come l'Egitto, non stupisce che si desse grande valore all'ombra che divenne sinonimo di protezione. Quella personale proiettata dal corpo si ritiene potesse essere una sorta di spirito guida.

Il procedimento di mummificazione egizio

Ogni singolo passaggio del processo di mummificazione e dei riti di sepoltura egizi aveva un unico scopo: rendere il corpo umano pronto ad affrontare l'Eternità.

A questo fine erano destinate anche le tombe degli Egizi, dalle più umili fino alle straordinarie piramidi dei Faraoni. Dovevano proteggere il corpo del defunto sia materialmente, grazie alla loro costruzione, sia spiritualmente, tramite appositi incantesimi e amuleti.

I resoconti originali egizi del processo di mummificazione sono piuttosto lacunosi e la prima documentazione antica di vero interesse sull'argomento ci fu lasciata dallo storico greco Erodoto. Naturalmente, per il fatto che fosse uno storico, non si soffermò sui dettagli medici o antropologici, riportando unicamente quanto riteneva rilevante per i suoi scopi.

Mummia egizia conservata al British Museum, immagine rilasciata sotto licenza  Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported, fonte Wikipedia, utente Klafubra

Mummia egizia conservata al British Museum.

Le fonti sono concordi nell'affermare che la mummificazione iniziava dalla rimozione del cervello. Già abbiamo scritto che per gli Egizi il centro di controllo dell'organismo era il cuore, perciò non davano grande importanza al cervello che veniva rimosso senza eccessive cure.

Si introduceva un ago o strumento analogo nel cranio attraverso le narici e lo si muoveva all'interno finché la materia cerebrale non assumeva una consistenza tale da poter essere estratta per la stessa via.

Successivamente, si procedeva alla rimozione degli organi, tranne il cuore. In quattro giare rappresentanti gli dei Imset, Duamutef, Qebehsenuef e Api erano riposti il fegato, lo stomaco, l'intestino e i polmoni dopo averli sottoposti a una procedura di essiccazione. Quel che rimaneva del corpo era a sua volta asciugato con cura e riempito di materiali eterogenei che potevano andare da pregiati tessuti di lino a trucioli e segatura, il tutto prima che fosse avvolto in bende e riposto nella bara. Quest'ultima, oltre al nome del defunto, poteva essere ornata con incantesimi di protezione o frasi d'augurio per la nuova vita.

Di grande valore simbolico era il posizionamento delle braccia sia nella mummificazione sia nell'arte, in quanto da esso si poteva desumere il rango del defunto o del ritratto. Le persone comuni erano sepolte o dipinte con le braccia lungo i fianchi o posizionate sulle cosce. Solo il Faraone aveva diritto di essere sepolto con le braccia incrociate sul petto, la mano destra sulla sinistra, stringendo in entrambe oggetti o simboli di potere.

Le Regine, in quanto mogli di un essere ritenuto un Dio, avevano la prerogativa di essere sepolte per metà nella "posizione del dio Osiride", cioè con il braccio destro disteso lungo il corpo e la mano sinistra appoggiata sul petto appena sotto il seno.

Col passare del tempo e la modifica delle tradizioni, verso il VI secolo avanti Cristo, anche le persone comuni iniziarono a essere sepolte con le braccia incrociate, ovviamente senza portare con sé alcun oggetto che ne denotasse un potere superiore.

Si deve ricordare che la mummificazione e la successiva vita ultraterrena erano in origine riservate unicamente al Faraone, in quanto divinità presente sulla Terra e destinata a ricongiungersi con i suoi pari nell'Aldilà. Ciò comportava che spesso i suoi servi o il suo seguito avessero "l'onore" di incontrare la morte nello stesso momento e fossero sepolti insieme a lui. Tale pratica cadde in disuso intorno al XX secolo a.C., quando divennero popolari gli Ushabti, statuette funerarie di varie dimensioni, anche a grandezza naturale per i più ricchi, rappresentanti quelle persone che in precedenza avrebbero dovuto seguire il Faraone nel suo passaggio all'Eternità.

Questo cambiamento è rilevante, in quanto fu conseguenza di una trasformazione basilare nella credenza sui Campi di Giunchi dell'Aldilà. Col tempo, infatti, essi si erano trasformati da luogo divino in cui passare una felice eternità, a un mondo in cui si proseguivano semplicemente le proprie esistenze. Evitare un'eternità di servitù o sottomissione grazie alla presenza degli Ushabti dovette apparire conveniente alla maggior parte delle persone comuni.

Sebbene le piramidi siano universalmente conosciute come le tombe dei faraoni, esse non furono né comuni né espressione del concetto di protezione legato ai luoghi di sepoltura dei defunti nell'Antico Egitto. Per certo, le piramidi sono costruzioni ciclopiche e all'apparenza ben protette, ma avevano due enormi svantaggi che ne impedirono la diffusione su larga scala. Per cominciare, la loro costruzione richiedeva una gran quantità di risorse; essa avvenne a partire dal XVII secolo avanti Cristo e solo per alcuni secoli, nella cosiddetta Età dell'Oro della civiltà egizia. Dopo quel periodo, non vi furono sufficienti risorse per costruire in serie monumenti di tale importanza.

Il secondo difetto, anch'esso rilevante, era la loro visibilità. Essendo costruzioni che chiunque nel Regno sapeva contenere la mummia e i tesori di un faraone, erano oggetto di continui furti o addirittura veri e propri assalti da parte di bande organizzate di ladri di tombe e predoni. Veniva quindi meno il ruolo protettivo fondamentale riservato dalla tradizione alle tombe.

Per tali ragioni, conclusa l'Età dell'Oro, anche i grandi sovrani egizi tornarono alla consueta distinzione tra Terre Rosse e Terre Nere, facendo scavare le loro tombe in luoghi più remoti, lontani dal Nilo e difficilmente accessibili come la Valle dei Re e la Valle delle Regine.

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