Il mondo entra nell'era nucleare con l'uso della prima bomba atomica - Prima parte

di Antonino Spoto

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Il contesto storico, la costruzione e l'utilizzo della prima bomba atomica, con vere testimonianze dei sopravvissuti e del pilota del bombardiere che effettuò l'attacco su Hiroshima.

Il contesto storico prima dell'esplosione della bomba "A"

Il periodo in cui la scienza dà il suo maggior contributo alla scoperta dell'energia nucleare e al suo sfruttamento comprende un arco di tempo di circa venti anni, anche se, è giusto sottolinearlo, gli sforzi per la ricerca di una nuova arma bellica che si servisse dell'energia nucleare si sono moltiplicati durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, che vengono considerati come la patria della bomba A, non sono stati, comunque, gli unici a tentare di trovare una soluzione violenta e rapida per porre fine alla guerra: anche i tedeschi infatti erano attivamente impegnati nella ricerca.

Il tristemente famoso "fungo atomico" causato dall'esplosione della prima bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima, fonte Wikimedia Commons, immagine rilasciata come Creative Commons Public Domain Mark

Il tristemente famoso "fungo atomico" causato dall'esplosione della prima bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima.

Dopo il 7 dicembre 1941, giorno in cui le truppe Giapponesi affondarono gran parte della flotta americana a Pearl Harbor, gli USA entrarono nel conflitto mondiale con due principali obiettivi: il primo era sconfiggere le forze nazifasciste italiane e tedesche, il secondo eliminare militarmente il Giappone. Entrambe le imprese però si rivelarono tutt'altro che facili. La situazione in Europa era decisamente complessa, anche se, dopo il 1942-43, le truppe dell'Asse avevano subito una dura sconfitta in Russia, in un'impresa che è tristemente passata alla storia per l'ecatombe finale subita, oltre che dall'esercito tedesco, anche da quello italiano dell'ARMIR, nella quale persero la vita migliaia di soldati. Questa sconfitta ebbe grande influenza sulla politica interna dei due stati, italiano e tedesco, i cui regimi totalitari non avevano più, soprattutto in Italia, il pieno consenso. Si aprì così, per le truppe alleate, la strada per la risoluzione del conflitto almeno a livello europeo. Dopo le sconfitte subite in Africa da parte dei Britannici, gli Italiani dovettero assistere anche allo sbarco degli Alleati sulle coste della Sicilia che aprirà la crisi del regime fascista, definitamente sconfitto solo il 25 aprile 1945 quando le truppe alleate liberarono, anche grazie ai Comitati di Liberazione dell'Alta Italia, la cosiddetta "Repubblica di Salò" che rappresentava l'estremo tentativo di Mussolini di mantenere le redini del potere.

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Il 6 giugno 1944, le truppe alleate assestarono un altro duro colpo ai regimi totalitari: con lo sbarco in Normandia le truppe americane, aiutate dalle truppe britanniche e francesi che combattevano in nome di De Gaulle, furono in grado di liberare la Francia dall'oppressione tedesca. Contemporaneamente, la controffensiva russa schiacciava da est la Germania, liberando la Polonia e procedendo poi su Berlino: il 7 marzo 1945, quando le prime unità britanniche e sovietiche varcarono i confini orientali e occidentali della Germania, il regime di Hitler si poteva considerare definitivamente sconfitto e il Führer si suicidò (30 aprile 1945). Per gli Alleati, nonostante queste decisive vittorie, la guerra non era però finita, in quanto mancava il secondo obiettivo principale: il Giappone.

Infatti, oltre alle operazioni militari in Europa che costituivano un grande dispendio di denaro e forze, gli Alleati dovevano pensare al fronte asiatico dove il Giappone costituiva una costante minaccia. Dopo l'aggressione del 1941, gli Americani risposero nel '42-'43 con violenti attacchi a Midway, nel Mar dei Coralli, a Guadalcanal e successivamente in Nuova Guinea, conquistata dalle forze di Roosevelt. Nonostante questi attacchi e quello successivo del 1944 nell'Isola di Leyte che rappresenta il più grande attacco navale di tutta la guerra, i Giapponesi non demordevano, anzi l'azione disperata che mirava alla difesa della patria causò ancora migliaia di vittime americane (basti ricordare i Kamikaze). Risultò chiaro al neo presidente Truman, succeduto a Roosevelt, che un'invasione del Giappone via terra sarebbe stata impossibile, perché avrebbe comportato la perdita di numerose vite americane. Proprio da questo clima quasi di esasperazione, nacque l'idea che l'unica soluzione possibile sarebbe stata l'utilizzo della nuovissima bomba atomica. Il 6 agosto 1945 venne sganciata la prima bomba su Hiroshima, in seguito, vista la resistenza dei Giapponesi che non si piegavano alla resa incondizionata, venne sganciata la seconda su Nagasaki con la consequenziale firma dell'armistizio il 2 settembre successivo. L'otto agosto anche la Russia aveva dichiarato guerra al Giappone e, in seguito, conquistò la Manciuria e la Corea.

La prima bomba atomica

Dietro le stragi del 6 e 9 agosto 1945 vi fu una vera e propria "task force" di ricerca scientifica finanziata dagli USA.

"Churchill mi ha detto di aver notato ieri, all'incontro dei tre, che Truman era molto in forma per qualcosa che doveva essergli capitata, che si era scagliato contro i russi in modo deciso ed enfatico affermando che certe loro richieste non potevano essere soddisfatte e che gli Stati Uniti erano assolutamente contrarie a esse".

Queste sono le parole pronunciate dal Segretario alla Guerra americano Stimson il 17 luglio 1945 subito dopo il vertice di Potsdam, dove Truman, Stalin e Churchill stavano decidendo le modalità di proseguimento della guerra oltre alle modalità politiche e giuridiche per lo svolgimento dei processi di Norimberga.

Ciò che aveva spinto Truman a cambiare il suo atteggiamento nei confronti dell'Unione Sovietica e della Gran Bretagna era qualcosa che avrebbe immediatamente mutato non solo le sorti della guerra, ma del mondo intero negli anni a venire; qualcosa, ancora ignoto agli altri Paesi, che avrebbe causato morte e distruzione da un lato e segnato il futuro della produzione energetica mondiale dall'altro. Poco prima del vertice, il segretario particolare di Truman gli aveva passato un foglietto con il quale il presidente veniva informato del fatto che "i bambini sono nati normalmente": un messaggio in codice che significava che il 16 luglio 1945 era stata fatta esplodere, in via sperimentale, la prima bomba atomica della storia dell'uomo, un'arma di potenza distruttiva tanto superiore da non poter essere neppure lontanamente paragonabile alle armi tradizionali. Truman sentiva ormai la guerra in suo pugno, sembrava quasi eccitato dalle nuove potenzialità militari acquistate dagli USA e vedeva ormai il Giappone ai suoi piedi senza neppure la perdita di un soldato americano. La bomba atomica era per gli Stati Uniti il coronamento dei loro sforzi militari, economici, organizzativi e politici che avevano dato avvio in passato alla ricerca scientifica alla quale collaboravano scienziati di tutto il mondo.

La storia che ha portato al tragico evento del 6 agosto 1945 è assai lunga e complessa. L'idea della possibilità di sfruttare la reazione a catena per produrre immani quantità di energia nacque nel 1939 per opera di Szilard, dopo che Bohr ebbe portato negli USA la notizia della teoria della fissione elaborata da Frish. Szilard era uno scienziato ungherese che si trovava a lavorare negli Stati Uniti perché era dovuto scappare dall'Europa per evitare le persecuzioni naziste. La stessa cosa accadde a numerosi altri scienziati come Einstein e Fermi che aveva sposato un'ebrea e colse l'occasione del suo viaggio in Svezia per il ritiro del premio Nobel per non fare più ritorno in patria. Tutti questi scienziati trovarono un rifugio sicuro negli Stati Uniti d'America che avevano così a disposizione un grande potenziale di "menti" da mettere al lavoro per la ricerca scientifica. Tuttavia, fino al 1941-42, vale a dire fino all'entrata in guerra degli Stati Uniti, né il Presidente Roosevelt né i suoi più stretti collaboratori presero in considerazione questi scienziati per la reale possibilità di costruire un'arma nucleare.

Il presidente statunitense Harry Truman, fonte Wikimedia Commons, immagine in pubblico dominio

Il presidente statunitense Harry Truman ebbe un ruolo fondamentale nella decisione sull'impiego bellico reale della prima bomba atomica.

Dopo lo scoppio della guerra però sembrava che le parole di convincimento di Einstein e di Szilard, circa l'incredibile progetto della bomba A, avessero assunto nella mente di Roosevelt una considerazione diversa: nel 1943 nacque a Los Alamos la prima comunità di scienziati incaricati di studiare il problema dell'assemblaggio della bomba. Questo progetto doveva certamente rimanere il più segreto possibile, ma nello stesso tempo doveva essere massimamente efficace e veloce nel raggiungimento dell'obiettivo finale per evitare che i nazisti battessero sul tempo gli scienziati americani e si trovassero in possesso di un'arma che avrebbe potuto stravolgere gli esiti della guerra. Il progetto di Los Alamos (Progetto Manhattan) venne definito da Truman, nel discorso ufficiale dell'8 agosto 1945, subito dopo il lancio della bomba, come "il più grande azzardo scientifico della storia", un'operazione della durata di due anni e mezzo, con l'impiego di 125.000 uomini che lavoravano notte e giorno per assicurarsi il cosiddetto "primato atomico". Sebbene ciò che teneva uniti gli scienziati a Los Alamos e ciò che li spronava a dare il meglio di sé fosse la paura di essere anticipati nell'impresa da scienziati di altre nazioni, questo stesso timore si rivelò controproducente quando, intorno al 1944, le spie americane assicurarono il governo che i tedeschi erano molto lontani dal costruire una bomba atomica. Venne così a mancare la motivazione di fondo che aveva spinto gli scienziati a lavorare freneticamente.

Fortunatamente per gli USA, ormai il progetto guidato dal militare Groves e dallo scienziato Oppenheimer era giunto a buon punto e tutto sembrava pronto per la prima vera sperimentazione, puntualmente avvenuta il 16 Luglio 1945. La critica storica, però, è sempre stata attenta a mettere in evidenza come, pochi mesi prima di questa data, a Los Alamos si sia formata una prima opposizione all'impiego dell'ordigno nucleare da parte degli stessi scienziati promotori del progetto tra i quali spiccava Szilard. Per la prima volta un gruppo di scienziati avvertiva sulle proprie spalle responsabilità morali e politiche enormi. A questo proposito lo scienziato ungherese tentò di opporre resistenza all'impiego della bomba facendo leva prima su Roosevelt e poi su Truman; tuttavia quest'ultimo sembrava fremere per l'impiego dell'ordigno contro il Giappone e decise perciò di convocare una speciale assemblea alla quale parteciparono Fermi, Oppenheimer, Compton e Lawrence, i quali avevano il compito di esprimere un parere sulle possibili conseguenze e utilità dell'impiego dell'energia atomica per scopi militari.

Effettivamente, però, la commissione che Truman formò serviva solamente per contrastare la proposta del gruppo di Szilard che, nel rapporto Frank, proponeva di impiegare la bomba atomica solo a scopo dimostrativo su un'area desertica non lontana dal Giappone per dimostrare quale fosse la reale forza degli americani e per evitare un futuro e ipotetico "olocausto nucleare". Così si espresse Szilard:

"Le bombe nucleari non possono assolutamente restare un'arma segreta a uso esclusivo del nostro Paese per più di qualche anno. I presupposti scientifici su cui si basa la loro costruzione sono ben noti agli scienziati di altri Paesi. Se non si realizza un efficace controllo internazionale sugli esplosivi militari, è certo che immediatamente dopo la prima rivelazione a tutto il mondo del nostro possesso di armi nucleari, inizierà un generale riarmo. Entro dieci anni anche altri Paesi potranno possedere armi nucleari, ognuna delle quali, senza neppure raggiungere il peso di una tonnellata, potrà distruggere una città per più di dieci miglia quadrate".

Truman respinse comunque il rapporto Frank e diede inizio alle operazioni che il 6 agosto 1945 portarono l'aereo Enola Gay, comandato da Paul W. Tibbets jr con a bordo altri dodici uomini di equipaggio, a sganciare su Hiroshima la prima bomba atomica all'uranio 235 chiamata Little Boy. La distruzione di Hiroshima fu immediata, ma il Giappone non accennava alla resa e, mentre il popolo americano rimaneva incantato dalle parole del presidente che aveva dimostrato appieno tutta la potenza militare degli USA, lo stesso Truman, tre giorni più tardi, il 9 agosto, diede l'ordine di sganciare un altro ordigno su Nagasaki; la bomba, Fat Man, era questa volta basata sulla reazione del plutonio 239, ma il risultato dell'esplosione fu lo stesso di Hiroshima. Dopo la seconda strage il Giappone fu costretto alla resa accettando tutti i punti imposti dall'ultimatum di Postdam, assicurandosi soltanto la sovranità dell'imperatore.

Parlano i pochi sopravvissuti

Numerose sono le testimonianze riguardanti i tragici fatti di Hiroshima e Nagasaki che ci vengono fornite dai pochi sopravvissuti che, per loro fortuna, si trovavano lontano dal centro città. Una di queste ci è data da Michio Morishima in un'intervista concessa al Corriere della Sera il 4 agosto 1985. La terribile mattina del 9 agosto a Nagasaki è descritta attraverso gli occhi di un ufficiale di Marina intento a compiere il proprio dovere, mentre gli aerei americani facevano cadere grappoli di bombe sull'esercito giapponese. Proprio per questo motivo l'ennesimo allarme antiaereo del mattino del 9 agosto venne quasi sottovalutato e la maggior parte dell'esercito e della popolazione era tranquillamente intenta a pranzare mentre, all'improvviso, esplose la bomba emanando una luce accecante mille volte più luminosa di quella del sole: la seconda catastrofe nel giro di tre giorni si stava abbattendo sul Giappone.

Presto si capì che si trattava della bomba atomica, tutto venne raso al suolo, centinaia di persone polverizzate in solo istante, altre ferite così gravemente da essere irriconoscibili. Un inferno nel quale si aggiravano, immersi nella polvere, "ombre" di uomini le cui lesioni erano "così orribili che chi non le ha viste non può immaginarle". Tale descrizione è molto simile a quella che ci fornisce Hara su Il corriere UNESCO del novembre 1975 parlando della mattina del 6 agosto a Hiroshima. Poco dopo le 8 la bomba esplose, naturalmente senza che nessuno se l'aspettasse. Tra lo stupore generale di fronte al terribile scoppio, nessuno riusciva a dare una spiegazione a ciò che era successo: l'unica certezza erano le migliaia di persone ustionate che si erano rifugiate lungo il letto del fiume che attraversa Hiroshima per cercare un riparo e dell'acqua da bere. Lo scenario divenne ancora più terribile le mattine successive, quando colonne di carretti portavano via centinaia di cadaveri: donne, uomini, vecchi e bambini indistintamente, tutti quanti bruciati, sfigurati e mutilati. Alcuni giorni dopo, la situazione diventò incontrollabile, i morti era troppi, nessuno riusciva più a portarli via:

"le persone morivano una dopo l'altra e nessuno veniva a portar via i cadaveri. Con l'aria sconvolta, i vivi erravano tra i corpi. Si videro allora tutte le rovine nelle strade principali. Uno spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo plumbeo".

Purtroppo, queste non sono le uniche testimonianze dirette dei danni causati dalla bomba atomica. Anche in tempi più recenti, come ci testimonia Ettore Mo sul Corriere della Sera del 6 settembre 1995, gli esperimenti effettuati dalla Russia in Kazakhstan tra il 1949 e il 1990 hanno causato l'annientamento di parte della popolazione locale, usata come cavia e condannata a morte senza alcuna colpa. Mo ci racconta di bambini mutilati, ragazzi totalmente inebetiti, uomini e donne senza capacità di intendere e volere, vere e proprie larve umane bruciate dalle radiazioni che, a una a una, morivano nel silenzio di un buio corridoio d'ospedale. Tutto questo per semplici e inutili esperimenti che servivano soltanto ad assicurare alla Russia il primato nucleare sugli Stati Uniti, dal momento che la minaccia di una guerra nucleare rimase una costante paura per il mondo intero per decenni. Dopo il crollo del Muro di Berlino questo triste primato ha svelato il suo volto più terribile: "mezzo milione di malati radioattivi e, molti di loro, ai tempi di Stalin, erano proprio cavie umane". L'eredità di quel triste passato era difficile da cancellare poiché i malati, ancora molti, erano ammassati negli ospedali e morivano di giorno in giorno come ci testimonia Mo:

nell'ospedale che ho visto, in almeno due stanze, non c'è speranza di vita. Sono accatastati come povere bestie e immagino che alla sera gli diano qualcosa da bere e da mangiare (...). "Non guariranno mai" mi dice il direttore dell'ospedale "qui entrano e muoiono. Sono sette anni che vivo qui e non ho mai visto nessuno uscire vivo e sano da questo ospedale. Non sono un medico, sono il curatore di un cimitero. Non ci sono malati, c'è solo gente condannata all'estinzione."

Nessun pentimento per il pilota dell'Enola Gay

L'equipaggio del bombardiere Enola Gay, fonte Wikimedia Commons, immagine in pubblico dominio

L'equipaggio del bombardiere statunitense Enola Gay, al centro Paul Tibbets.

Un fatto significativo della tragica esperienza del 6 agosto 1945 emerse alcuni anni più tardi in un'intervista al pilota dell'Enola Gay, Paul Tibbets, apparsa sul Corriere della Sera del 4 agosto 1985. Tibbets ricostruisce con incredibile freddezza e con animo sereno e imperturbabile ciò che gli apparve agli occhi alle 8 e 17 di quella tragica mattina, quando con il suo aereo virò di 160° per vedere ciò che rimaneva di Hiroshima.

"Non c'era più nulla - dice Tibbets - se non una nebbia nera e ribollente che mi sembrò una specie di catrame. In verità era fumo, rottami, polvere. Sembrava che tutto gorgogliasse nell'aria..."

Allora Tibbets aveva 29 anni ed era l'unico, in veste di comandante della missione, a conoscere dall'inizio il vero scopo della missione; gli altri dodici uomini di equipaggio avevano soltanto una vaga idea di ciò che stava per accadere. Tuttavia da quella tragica mattina, Tibbets non provò mai dubbi o rimorsi, sentimenti come l'angoscia o il senso dell'orrore, perché fermamente convinto di aver servito il proprio paese.

Egli fa anche notare che le notizie diffuse dai russi circa la possibilità che l'equipaggio dell'Enola fosse composto da pazzi non siano altro che dicerie inventate per screditare l'operato dei piloti. Tibbets concluse la sua intervista con parole significative che ci fanno comprendere quale fosse, in quel momento, l'amore verso la patria americana da parte dei soldati statunitensi:

"Non sono un uomo bellicoso. Non mi piace l'idea della guerra nucleare. Se volete sapere la verità, non mi piace nessuna guerra (...) Fu il comandante del raid aereo su Pearl Harbor del 7 dicembre del '41 a farmi notare che avevo salvato più vite di quante ne avevo distrutte. Senza la bomba atomica, avremmo dovuto invadere il Giappone e ci sarebbe stata una lunga carneficina: i Giapponesi avrebbero combattuto fino alla fine, casa per casa, anche con le pietre e i bastoni. Vi dico una cosa: se oggi esistessero le stesse condizioni che v'erano nel '45, non esiterei un istante a sganciare la bomba".

Approfondimento conservato su questo sito web dopo la chiusura del Progetto di Documentazione Storica e Militare.

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