La storia di Urashima Taro, il giovane pescatore

traduzione italiana a cura di Gianluca Turconi

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Storie dal mondo

Statua di Urashima sulla tartaruga, immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, fonte Wikimedia Commons, autore Toto-tarou

Statua dedicata a Urashima Taro.

Molto, molto tempo fa, nella provincia di Tango, viveva sulle coste del Giappone, nel piccolo villaggio di Mizunoye, un giovane pescatore chiamato Urashima Taro. Suo padre era stato pescatore prima di lui e la sua abilità era più che raddoppiata una volta trasmessa al figlio. Urashima era il pescatore più abile in tutta quella parte del paese e poteva catturare più Bonito e Tai in un giorno di quanti ne potessero prendere i suoi compagni in una settimana.

Ma nel piccolo villaggio, più che per essere un abile pescatore, egli era conosciuto per il suo buon cuore. In vita sua non aveva mai fatto male a nessuno, grande o piccolo che fosse, e quando era ragazzo, i suoi compagni lo avevano sempre preso in giro perché non si univa mai a loro nel dar fastidio agli animali, ma tentava sempre di trattenerli dal dedicarsi a quel crudele sport.

Durante un mite crepuscolo estivo, se ne stava andando a casa dopo una giornata di pesca quando si imbatté in un gruppo di bambini. Stavano tutti gridando e parlando ad alta voce, e sembravano essere in stato di grande eccitazione per qualcosa, perciò andò da loro per vedere cosa fosse accaduto. Così vide che stavano tormentando una tartaruga. Prima un ragazzo la tirava da una parte, poi un altro la spingeva dall'altra, mentre un terzo bambino la batteva con un bastone e un quarto colpiva il suo carapace con una pietra.

Urashima si sentì dispiaciuto per quella povera tartaruga e decise di salvarla. Parlò ai ragazzi:

"Attenzione, ragazzi, state trattando quella povera tartaruga così male che presto morirà!"

I ragazzi, che erano tutti di un'età in cui i bambini sembrano deliziarsi nell'essere crudeli con gli animali, non diedero peso al gentile rimprovero di Urashima, ma continuarono a maltrattare la tartaruga come prima. Uno dei ragazzi più grandi rispose:

"A chi importa se vive o muore? Non a noi. Forza, ragazzi, continuiamo, continuiamo!"

E cominciarono a trattare la povera tartaruga più crudelmente che mai. Urashima attese un momento, pensando a quale sarebbe stato il modo migliore di accordarsi con i ragazzi. Avrebbe tentato di farsi consegnare la tartaruga, così sorrise loro e disse:

"Sono sicuro che siete tutti buoni e gentili ragazzi! Mi dareste la tartaruga? Mi piacerebbe averla così tanto!"

"No, non ti daremo la tartaruga" disse uno dei ragazzi. "Perché dovremmo? L'abbiamo catturata noi."

"Ciò che dici è vero" concordò Urashima. "Ma non vi chiedo di darmela in cambio di niente. Vi darò del denaro per averla. In altre parole l'Ojisan (N.d.T. "zio") ve la comprerà. Va bene per voi, ragazzi miei?" Mostrò loro il denaro, legato a un pezzo di corda che attraversava il buco presente proprio al centro di ciascuna moneta. "Guardate, ragazzi, potrete comprare ciò che vorrete con questo denaro. Potrete comprare più cose con questo denaro che con quella povera tartaruga. Fatemi vedere quanto siete bravi e ascoltatemi."

In fondo, i ragazzi non erano cattivi, ma solo birbanti, e furono vinti dalle parole gentili e dal sorriso di Urashima. Cominciarono a essere "del suo spirito", come dicono in Giappone. Si avvicinarono a lui, col capo della piccola banda che teneva la tartaruga.

"Molto bene, Ojisan, ti daremo la tartaruga se ci darai i soldi!" E Urashima prese la tartaruga e diede i soldi ai ragazzi che, chiamandosi l'un l'altro, scorrazzarono via e furono presto fuori vista.

Allora Urashima diede un colpetto sulla schiena della tartaruga dicendo:

"Oh, poverina! Poverina! Adesso sei al sicuro! Si dice che una cicogna viva per mille anni, ma la tartaruga lo fa per diecimila. Tu hai la vita più lunga tra tutte le creature di questo mondo e hai rischiato di avere la tua preziosa esistenza accorciata da quei ragazzi crudeli. Fortunatamente passavo io e ti ho salvata, così la tua vita ti appartiene ancora. Ora ti riporterò a casa tua, al mare, subito. Non farti ricatturare, perché potrebbe non esserci nessuno a salvarti la prossima volta!"

Per tutto il tempo in cui parlò, il pescatore continuò a camminare velocemente verso la spiaggia e anche più in là, sugli scogli. Poi, posta la tartaruga in acqua, vide l'animale scomparire e se ne tornò verso casa, perché era stanco e il sole era tramontato.

La mattina successiva, Urashima si preparò a uscire in barca come al solito. Il tempo era bello e il mare e il cielo erano entrambi blu e tranquilli, nella debole foschia della mattinata estiva. Urashima saltò sulla barca e uscì in mare. Presto superò le altre barche da pesca e le lasciò dietro di sé, finché le perse di vista e la sua barca navigò sempre più lontano sulle acque blu. In qualche modo, non seppe le ragioni, si sentiva stranamente felice quella mattina e non poteva fare a meno di immaginare di avere, come la tartaruga liberata il giorno precedente, migliaia di anni da vivere, anziché il breve tempo di una vita umana.

Fu improvvisamente colto di sorpresa nell'udire pronunciare il suo nome.

"Urashima, Urashima!"

Chiaro come il tocco di una campana e delicato come il vento estivo, il suo nome fluttuò sopra il mare.

Si alzò e controllò in ogni direzione, pensando che una delle altre imbarcazioni l'avesse raggiunto, ma per quanto guardasse sulla vasta distesa d'acqua, vicino o lontano, non c'era traccia di barche, perciò la voce non poteva provenire da un essere umano.

Chiedendosi chi o cosa l'avesse chiamato tanto chiaramente, guardò ancora in tutte le direzioni intorno a lui e vide che, senza che se ne accorgesse, una tartaruga si era avvicinata al fianco della sua barca. Urashima vide con sorpresa che era la stessa tartaruga che aveva salvato il giorno prima.

"Be', signora Tartaruga" disse Urashima, "sei stata tu a chiamarmi poco fa?"

La tartaruga annuì molte volte e disse:

"Sì, sono stata io. Ieri, grazie a te (N.d.T. Formula di ringraziamento rituale giapponese: okage sama de) la mia vita è stata salvata e sono venuta a portarti i miei ringraziamenti e a dirti quanto ti sono grata per la gentilezza che mi hai dimostrato."

"In verità," disse Urashima, "è stato molto gentile da parte tua. Sali sulla barca. Ti offrirei da fumare, ma visto che sei una tartaruga, senza dubbio non fumi." E il pescatore rise allo scherzo.

"He-he-he-he!" rise anche la tartaruga; "il sake (vino di riso) è il mio rinfresco preferito, ma non mi piace molto il tabacco."

"Be'," disse allora Urashima, "mi dispiace molto di non avere sulla mia barca del sake da poterti offrire, ma sali e asciuga la tua schiena al sole. Le tartarughe amano farlo."

Così la tartaruga saltò sulla barca, aiutata dal pescatore, e dopo uno scambio di complimenti, la tartaruga disse:

"Hai mai visto Rin Gin, il palazzo del Re Dragone del Mare, Urashima?"

Il pescatore scosse il capo e replicò: "No; anno dopo anno il mare è divenuto la mia casa, ma sebbene abbia sentito spesso parlare del reame sottomarino del Re Dragone, non ho ancora potuto posare i miei occhi su quel fantastico luogo, sempre che esista!"

"È davvero così? Non hai mai visto il palazzo del Re del Mare? Allora ti sei perso una delle più meravigliose viste nell'intero universo. È molto lontano sul fondo del mare, ma se ti guido laggiù, lo raggiungeremo velocemente. Se vorrai vedere la terra del Re del Mare, io ti farò da guida."

"Mi piacerebbe andarci, certamente, e sei gentile a volermici portare, ma devi ricordare che sono solo un povero mortale e non ho il potere di nuotare come una creatura marina quale sei tu..."

Prima che il pescatore potesse aggiungere altro, la tartaruga lo fermo, dicendo:

"Cosa? Non dovrai nuotare da solo. Se cavalcherai sulla mia schiena, ti porterò senza alcun problema da parte tua."

"Ma," disse Urashima, "come sarà possibile cavalcare sul tuo piccolo guscio?"

"Ti potrà sembrare assurdo, ma ti assicuro che lo potrai fare. Prova subito! Vieni e salta sulla mia schiena, vedrai se è impossibile come pensi!"

Appena la tartaruga finì di parlare, Urashima guardò il suo guscio e, per quanto fosse strano a dirsi, vide che la creatura era improvvisamente divenuta tanto grande che un uomo avrebbe potuto sedersi facilmente sulla sua schiena.

"Questo è davvero strano!" disse Urashima. "Allora, signora Tartaruga, col tuo gentile permesso salirò sulla tua schiena. Dokoisho! (n.d.T. "D'accordo", forma usata dalle classi meno abbienti)" esclamò lui nel saltarle sopra.

La tartaruga, con un viso impassibile, come se quella strana procedura fosse un evento ordinario, disse: «Ora ce ne andremo a spasso a nostro piacimento," e con queste parole balzò in mare con Urashima sulla sua schiena. La tartaruga si immerse in profondità nell'acqua. Per lungo tempo, questi due strani compagni cavalcarono nel mare. Urashima non si stancò mai, né i suoi vestiti si bagnarono con l'acqua. Infine, molto lontano all'orizzonte, apparve un magnifico cancello e, dietro il cancello, gli imponenti tetti spioventi di un palazzo.

"Ya!" esclamò Urashima. "Quello appena apparso sembra il cancello di un palazzo! Signora Tartaruga, puoi dirmi cos'è quel palazzo che vediamo?"

"Quello è il grandioso cancello del Palazzo Rin Gin, l'imponente tetto che vedi appartiene proprio al palazzo del Re del Mare."

"Allora finalmente siamo arrivati al reame del Re del Mare e al suo Palazzo," disse Urashima.

"Sì, infatti," rispose la tartaruga, "e non pensi che ci siamo arrivati alla svelta?" E mentre stava parlando, la tartaruga raggiunse il cancello. "Eccoci arrivati. Da qui in avanti dovrai camminare."

La tartaruga avanzò ancora e parlando al guardiano del cancello, disse:

"Questo è Urashima Taro, dal Giappone. Ho avuto l'onore di condurlo in visita a questo regno. Per favore, mostragli la strada."

Così il guardiano del cancello, che era un pesce, mostrò loro la strada, precedendoli.

Il rosso abramide, la platessa, la sogliola, la seppia e tutti i capi vassalli del Re Dragone del Mare vennero a inchinarsi cortesemente per dare il benvenuto allo straniero.

"Urashima Sama, Urashima Sama! Benvenuto al Palazzo marino, la casa del Re Dragone del Mare. Sei tre volte benvenuto, essendo arrivato da un paese tanto distante. E tu, signora Tartaruga, siamo grandemente in debito con te per tutto il disturbo che ti sei presa per condurre Urashima qui." Poi, rivolgendosi ancora a Urashima, essi dissero: "Per favore, seguici da questa parte," e da lì in avanti l'intero banco di pesci divenne la sua guida.

Urashima, essendo solo un povero pescatore, non sapeva come comportarsi in un palazzo, ma, strano a dirsi, non si vergognò né si sentì imbarazzato e seguì le sue guide con calma mentre procedevano verso l'interno del palazzo. Quando raggiunsero i portali, una bella Principessa con le sue vergini serventi uscì per accoglierlo. Era più bella di qualsiasi altro essere umano e indossava larghi indumenti rossi e verdi come la parte inferiore di un'onda e fili dorati luccicavano attraverso le pieghe del suo abito. I suoi stupendi capelli neri le ricadevano sulle spalle alla maniera della figlia di un re antico e, quando parlò, la sua voce risuonò come musica sopra l'acqua. Urashima si perse in tanta meraviglia mentre la guardava e non riuscì a parlare. Poi ricordò che avrebbe dovuto inchinarsi, ma prima che potesse fare una riverenza, la Principessa lo prese per mano e lo condusse in una bella sala, al posto d'onore, dove gli offrì di sedersi.

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Urashima Taro e la Principessa, immagine rilasciata in pubblico dominio, fonte Wiimedia Commons, utente Hazmat2

Urashima Taro e la Principessa.

"Urashima Taro, è mio grande piacere accoglierti nel regno di mio padre," disse la Principessa. "Ieri hai liberato una tartaruga e ti ringrazio per avermi salvato la vita, perché quella tartaruga ero io. Ora, se lo vorrai, potrai vivere per sempre qui, nella terra dell'eterna giovinezza, dove l'estate non finisce mai e la tristezza non giunge mai. Io sarò la tua sposa, se lo vorrai, e vivremo insieme felici per sempre!"

Nell'ascoltare quelle dolci parole e nel guardare quel bel viso, il cuore di Urashima si colmò di meraviglia e gioia, così le rispose, domandandosi se non fosse tutto un sogno:

"Ti ringrazio mille volte per la tua gentile offerta. Non c'è nulla che desidererei di più che rimanere con te in questa bella terra, della quale ho sentito molto parlare, ma che non avevo mai visto fino a oggi. Parole a parte, questo è il posto più fantastico che abbia mai visto."

Mentre stava parlando, apparve una fila di pesci, tutti vestiti con indumenti a strascico, da cerimoniale. Uno a uno, silenziosamente e con passo maestoso, entrarono nella sala portando su piatti di corallo prelibatezze di pesce e alghe, tali che nessuno le potrebbe nemmeno immaginare, e fu dato inizio a una splendida festa dinanzi alla sposa e allo sposo. La cerimonia matrimoniale fu celebrata con splendore accecante e nel reame del Re del Mare vi fu grande giubilo. Non appena la giovane coppia ebbe fatto le proprie promesse bevendo dalla coppa matrimoniale, per tre volte, musica fu suonata, canzoni vennero cantate e pesci con scaglie argentate e code dorate uscirono dalle onde e danzarono. Urashima si divertì con tutto il suo cuore. Mai in vita sua aveva partecipato a una festa tanto meravigliosa.

Quando la festa fu finita, la Principessa chiese allo sposo se volesse attraversare il palazzo per vedere tutto ciò che c'era da vedere. Allora al felice pescatore, al seguito della sua sposa, la figlia del Re del Mare, furono mostrate tutte le meraviglie di quella terra incantata dove la giovinezza e la gioia andavano mano nella mano e né il tempo né l'età potevano toccarli. Il palazzo era costruito con il corallo e adornato con perle, e le bellezze e le meraviglie di quel posto erano tanto grandi che era impossibile descriverle.

Ma, per Urashima, più meraviglioso del palazzo risultò il giardino che lo circondava. Lì, si potevano vedere allo stesso tempo i paesaggi delle quattro stagioni; le bellezze dell'estate, dell'inverno, della primavera e dell'autunno erano mostrate contemporaneamente al meravigliato visitatore.

Per iniziare, quando guardò a est, gli alberi di ciliegie e prugne si videro in piena fioritura, gli usignoli cantavano nei viali rosa e le farfalle guizzavano di fiore in fiore.

Guardando a sud, tutti gli alberi erano verdi nella pienezza dell'estate e la cicala di giorno e il grillo di notte frinivano rumorosamente.

Guardando a ovest, gli aceri rosseggiavano come il cielo al tramonto e i crisantemi erano perfetti.

Guardando a nord, il cambiamento fece sobbalzare Urashima, in quanto il terreno era bianco argentato a causa della neve, con alberi e bamboo a loro volta coperti di neve e lo stagno di ghiaccio.

E ogni giorno c'erano nuove gioie e nuove meraviglie per Urashima e così grande era la sua felicità che dimenticò tutto, persino la casa che si era lasciato dietro, i suoi genitori e il suo paese. Trascorsero tre giorni senza che pensasse a ciò che aveva perduto. Poi rinsavì e ricordò chi fosse e che non apparteneva a quella meravigliosa terra o al palazzo del Re del Mare, e disse a se stesso:

"O cielo! Non devo rimanere qui, perché ho un vecchio padre e una vecchia madre a casa. Cosa potrà essere accaduto loro in tutto questo tempo? Quanto devono essere in ansia in questi giorni in cui non ho fatto ritorno come al solito. Devo tornare subito senza lasciar passare altri giorni." E cominciò a prepararsi per il viaggio in tutta fretta.

Poi andò dalla sua bella moglie, la Principessa, e inchinandosi davanti a lei, disse:

"Sono stato molto felice insieme a te, Otohime Sama" (perché questo era il suo nome), "e tu sei stata più gentile nei miei confronti di quanto qualsiasi parola possa esprimere. Ma ora devo dirti addio. Devo tornare dai miei vecchi genitori."

Allora Otohime Sama cominciò a piangere e disse con tristezza:

"Non ti trovi bene qui, Urashima, per volermi lasciare così presto? Perché tanta fretta? Rimani con me solo un altro giorno!"

Ma Urashima si era ricordato dei suoi anziani genitori e in Giappone il dovere verso i genitori è più forte di qualsiasi altra cosa, più forte persino del piacere e dell'amore coniugale, perciò non l'avrebbe convinto. Tuttavia rispose:

"Purtroppo devo andare. Non pensare che desideri lasciarti. Non è così. Devo andare a vedere come stanno i miei vecchi genitori. Lasciami andare per un solo giorno e poi ritornerò da te."

"Allora," disse tristemente la Principessa, " non c'è niente da fare. Ti rimanderò oggi stesso indietro da tuo padre e tua madre. E invece di tentare di trattenerti con me per un altro giorno, ti darò questo come pegno d'amore. Per favore, portalo con te." E gli diede una bella scatola laccata e chiusa con corda e fiocchi di seta rossa.

Urashima aveva già ricevuto così tanto dalla Principessa che sentì del rimorso nel prendere il regalo e disse:

"Non mi sembra giusto prendere un altro dono da te dopo tutti i favori ricevuti dalle tue mani, ma poiché è tuo desiderio, lo farò." E poi aggiunse: "Dimmi, cos'è questa scatola?"

"Quella," rispose la principessa "è la tamate-bako e contiene qualcosa di molto prezioso. Non devi aprire questa scatola, qualsiasi cosa succeda! Se l'aprirai, ti accadrà qualcosa di tremendo! Ora promettimi che non aprirai mai questa scatola."

Urashima promise che non avrebbe mai e poi mai aperto la scatola, qualsiasi cosa fosse accaduta.

In seguito, dopo aver detto addio a Otohime Sama, scese alla spiaggia, seguito dalla Principessa e dai sui attendenti. Là trovò una grande tartaruga ad attenderlo.

Montò velocemente sulla schiena della creatura e fu trasportato nel mare verso Oriente. Guardò indietro per salutare con la mano Otohime Sama finché non la poté più vedere e la terra del Re del Mare e i tetti del magnifico palazzo si persero in lontananza. Poi, col viso voltato impazientemente verso la propria terra, egli vide il profilo delle colline all'orizzonte dinanzi a lui.

Alla fine la tartaruga lo portò nella baia che conosceva così bene e alla spiaggia da cui era partito. Camminò sulla spiaggia e si guardò attorno, mentre la tartaruga tornava al reame del Re del Mare.

Ma quale strano timore si impadronì di Urashima mentre era là in piedi e si guardava attorno? Perché fissava le persone che gli passavano a fianco e perché esse ricambiavano il suo sguardo? La spiaggia e le colline erano le stesse di sempre, ma le persone che vedeva camminare davanti a lui avevano facce molto differenti da quelle che aveva conosciuto tanto bene in precedenza.

Chiedendosi cosa potesse significare, camminò velocemente verso la sua vecchia casa. Persino quella apparve differente, ma una casa si ergeva comunque in quel luogo, perciò gridò:

"Padre, sono tornato!" E stava per entrare, quando vide uno strano uomo uscirne. "Forse i miei genitori hanno traslocato mentre ero via e sono andati altrove," fu il pensiero del pescatore. In qualche modo, cominciò a sentirsi stranamente ansioso, senza saperne dire il perché.

"Scusami," disse all'uomo che lo stava fissando, "ma fino a pochi giorni fa vivevo in questa casa. Il mio nome è Urashima Taro. Dove sono andati i miei genitori dopo che li ho lasciati?"

Un'espressione molto sbalordita si fece largo sulla faccia dell'uomo e, ancora fissando intenzionalmente il viso di Urashima, egli disse:

"Cosa? Sei Urashima Taro?"

"Sì," rispose il pescatore. "Sono Urashima Taro!"

"Ha, ha!" rise l'uomo. "Non dovresti fare certi scherzi. È vero che una volta un uomo chiamato Urashima Taro viveva in questo villaggio, ma è una storia vecchia di trecento anni. Non può essere ancora vivo oggi!"

Quando Urashima sentì quelle strane parole si spaventò e disse:

"Ti prego, non prenderti gioco di me. Sono molto perplesso. Io sono veramente Urashima Taro e di sicuro non ho vissuto trecento anni. Fino a quattro o cinque giorni fa vivevo in questo luogo. Dimmi ciò che voglio sapere senza più scherzi, per favore."

Ma il viso dell'uomo divenne sempre più serio e rispose:

"Tu potresti o non potresti essere Urashima Taro, questo non lo so. Ma l'Urashima Taro di cui ho sentito parlare è un uomo vissuto trecento anni fa. Forse tu sei il suo spirito venuto a visitare la sua vecchia casa?"

"Perché mi prendi in giro?" disse Urashima. "Non sono uno spirito! Sono un uomo vivo, non vedi i miei piedi?" e "don-don," egli batté sul terreno, prima con un piede e poi con l'altro per mostrarli a quell'uomo. (I fantasmi giapponesi non hanno piedi!)

"Ma Urashima Taro visse trecento anni fa, è tutto ciò che so; è scritto nelle cronache del villaggio," insistette l'uomo che non credeva a quanto il pescatore diceva.

Urashima si perse nel disorientamento e nella preoccupazione. Rimase in piedi a guardare intorno a sé, terribilmente confuso, e, in effetti, qualcosa nell'aspetto dell'ambiente era diverso rispetto a quanto ricordava prima della sua partenza e lo assalì la brutta sensazione che quanto stava dicendo l'uomo fosse vero. Gli sembrò di vivere in uno strano sogno. I pochi giorni trascorsi nel palazzo del Re del Mare al di là delle acque non erano stati affatto giorni: al contrario erano stati trecento anni e in quel lasso di tempo i suoi genitori erano morti, insieme a tutte le persone che aveva conosciuto, e il villaggio aveva trascritto la sua storia. Non c'era senso a rimanere lì più a lungo. Doveva tornare dalla sua bella moglie al di là del mare.

Urashima Taro con la preziosa tamate-bako, immagine rilasciata in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente Y.haruo

Urashima Taro con la preziosa tamate-bako

Ritornò alla spiaggia, trasportando in mano la scatola che la Principessa gli aveva dato. Ma quale era la strada per tornare al palazzo? Non poteva trovarla da solo! Improvvisamente si ricordò della scatola, la tamate-bako.

"Quando me l'ha data, la Principessa mi ha detto di non aprirla, in quanto contiene una cosa molto preziosa. Ma ora che non ho alcuna casa, ora che ho perso tutto ciò che qui mi era caro e il mio cuore è sopraffatto dalla tristezza, in un tale momento, se aprissi la scatola, sicuramente troverei qualcosa che mi potrebbe aiutare a sentirmi meno triste, qualcosa che mi mostrerebbe la strada del ritorno dalla mia bella Principessa al di là del mare. Non c'è altro da fare per me, ora. Sì, sì, aprirò la scatola e guarderò dentro!"

E così il suo cuore acconsentì a quell'atto di disobbedienza e provò a persuadersi che stava facendo la cosa giusta, nell'infrangere la sua promessa.

Lentamente, molto lentamente, slegò la corda di seta rossa e con curiosità sollevò il coperchio della preziosa scatola. E cosa ci trovò? Strano a dirsi, solo una bella nuvola viola uscì dalla scatola in tre sbuffi leggeri. Per un istante ricoprì la sua faccia ed esitò sopra di lui, come se aborrisse di andarsene, poi fluttuò via sopra il mare.

Urashima, che fino a quel momento era stato un forte e bel giovane di ventiquattro anni, improvvisamente divenne molto, molto vecchio. La sua schiena raddoppiò in età, i suoi capelli divennero bianchi come la neve, il suo viso rugoso e cadde morto sulla spiaggia.

Povero Urashima! A causa della sua disobbedienza non poté più tornare nel reame del Re del Mare e della bella Principessa, al di là delle acque.

Piccoli bambini, non disobbedite mai a coloro che sono più saggi di voi, perché la disobbedienza è l'inizio di tutte le miserie e i dolori della vita.

(racconto tratto da Yei Theodora Ozaki, The Japanese fairy book, E.P. Dutton, 1903, New York, testo in pubblico dominio. Traduzione italiana © 2016 Gianluca Turconi)

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