Storie vere di fantasmi napoletani - Quarta parte: fantasmi ecclesiastici

a cura di Alberto Ferrero

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Storie vere di fantasmi napoletani, quarta parte: fantasmi ecclesiastici. Preti, suore, monaci, beati, angeli e molte altre apparizioni legate al culto religioso cristiano sono comuni nell'area partenopea. Tuttavia esse sono anche meno legate all'aspetto miracoloso e benevolo di quanto comunemente si creda.

La Chiesa dei Vergini e la Storia di un Amore Impossibile

La zona dei Vergini è una strada situata nei pressi della Bassa Sanità, ci si può arrivare tramite una delle traverse di Via Foria. Vi si trovano diverse chiese, almeno tre, oggi quasi sempre chiuse. Sulla destra, venendo dalla strada di Via Foria, vi è la chiesa di Santa Maria dei Vergini, col complesso dei Padri della Missione, sorta agli inizi del XVII secolo. Ancora oggi vi è riposta tutta la roba tolta ai vari condannati a morte che, proprio nel confortorio della chiesa, trascorrevano la loro ultima notte prima del supplizio. Nella sagrestia vi sono invece collocati un inginocchiatoio e un quadro raffigurante Cristo. L'inginocchiatoio presenta le due ginocchia bruciate e due mani, segni di bruciature, sono visibilmente stampate sul quadro di Cristo, proprio come se qualcuno lo avesse appositamente bruciato.

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Narra la leggenda popolare la storia di un amore impossibile tra un giovane fiorentino d'alto lignaggio ed una ragazza di basso rango. Quest'ultima, donna di mondo, non potendo essere sposata da tale giovane per problemi di distinzione di classe, prese purtroppo una brutta strada divenendo una prostituta. Il giovane innamorato venne a sapere col tempo che la donna da lui amata si era rovinata per colpa del brutto mestiere che conduceva, pagando per giunta con la vita.

Colpito da una crisi di coscienza, assumendosi la colpa di quanto le fosse accaduto, il giovane decise di farsi sacerdote. E come sacerdote pregò continuamente chiedendo perdono a quella donna e adoperandosi per la redenzione della sua anima, considerata la vita poco dignitosa che aveva condotto.

Fino a quando, un bel giorno, la donna gli comparve, invitandolo a non pregare più per lei in quanto dannata. Lui imperterrito continuò a pregare, lei allora gli ricompare avvisandolo con dure parole: "Se non hai capito cosa vuol dire essere dannati, tieni presente che ti lascio un segno!". Detto questo, si pose quindi sull'inginocchiatoio lasciando le impronte delle sue mani sul quadro di Cristo. I confratelli, una volta entrati, trovarono la stanza piena di fumo, il sacerdote svenuto e questi segni tuttora conservati all'interno della chiesa. Una sventurata melodia d'amore risuonante da tempo tra i vicoli di Napoli.

Don Carlo Ulcano ed il Convento dei Girolamini

Storia tratta da un manoscritto del '700 ancora oggi conservato nella biblioteca del convento dei Girolamini. Proprio in quel convento e proprio in quel periodo, un giorno come tanti altri, i frati ospitarono don Carlo Ulcano, cavaliere della città di Sorrento nonché nobile della città di Napoli. Da allora in poi la vita di quegli stessi frati fu stravolta da una serie di accadimenti strani e inquietanti.

Sassi che cadevano improvvisamente dai soffitti, frati che si ritrovavano loro malgrado cuciti l'un l'altro per la tonaca, frastornanti rumori notturni. In men che non si dica si scatenò l'inferno. Fino a quando la causa non fu individuata proprio in don Carlo Ulcano, involontaria vittima dei tentativi di corruzione da parte del demonio, che ricorreva quindi a quei mezzi per indurlo appunto alla perdizione. Esorcismi e preghiere si rivelarono totalmente inutili e al povero don Carlo non rimase che farsi rimandare a casa. E questo "per buona pace del convento"...

Il Prete Autostoppista

"Nel 1979-80 - racconta il sign. F.G. - mi trovavo sull'autostrada Napoli-Bari, esattamente la strada che porta a Grottaminarda. Andavo lì per motivi di lavoro, ero infatti responsabile di alcuni impianti di ristorazione. Era di preciso il mese di giugno, un caldo torrido, stavo in macchina e tornavo a Napoli da Grottaminarda. Arrivato all'altezza di Avellino Est, mi fermai in un motel, un punto ristoro, per bere qualcosa perché faceva troppo caldo, in macchina non avevo nemmeno l'aria condizionata.

Mentre uscivo da questo motel, mi si avvicinò una persona anziana, un prete, tarchiato, barba incolta, capelli molto rasi ed era abbastanza lercio, sporco, la tunica sporca, tutto sudato, addirittura vidi che il collo bianco da prete era abbastanza macchiato di sudore. Mi chiese un passaggio. "Guarda - mi disse - siccome nessuno vuole darmi un passaggio, me lo daresti tu?". Non mi diede nemmeno del lei, ma direttamente del tu.

Di solito non ho mai dato passaggi a nessuno, ma, non so ancora il motivo, acconsentii. Entrato in macchina, da Avellino Est fino a Napoli non gli rivolsi una parola, mi metteva talmente soggezione che non avevo nemmeno il coraggio di girare gli occhi e guardarlo. Non mi rivolse alcuna domanda, limitandosi a starsene seduto tranquillamente in macchina. Arrivati al casello di Napoli, mi ringraziò pregandomi di lasciarlo subito dopo il casello.

Gli dissi che avevo qualche difficoltà a lasciarlo appena superato il casello, nonostante questo volle ugualmente scendere. "Voglio farti un regalo", disse aprendosi la sua tunica nera e cacciando dal petto una specie di borsa legata al collo, da cui prese un documento tutto macchiato di sudore. Era una pagina dedicata alla Madonna, a Gesù Cristo, insomma argomenti di Chiesa. "Portalo sempre con te - disse - non privartene per nessun motivo. Questo documento salverà te e la tua famiglia".

Giovane che ero, non presi la cosa in considerazione e misi quel foglio ai lati della macchina dove solitamente si ripongono tutti i documenti. Non appena scese dall'auto, il tempo di girarmi per guardarlo, trascorsero sì e no cinque secondi, non lo vidi più. Allora feci mille pensieri, che magari avesse trovato un altro passaggio. Oggi forse posso fare una riflessione diversa.

Comunque, con il passare del tempo cambiai macchina, cambiai tutti i documenti e me ne presi un'altra. Scartai tutti i documenti della macchina, selezionai quelli che mi servivano e me li portai a casa. Da premettere che io a casa ho un cassetto in cui ripongo tutti i miei documenti. Circa dodici anni fa feci delle ristrutturazioni a casa e nel fare quest'operazione non trovai più la lettera lasciatami dal prete. Forse era tra le altre cose che togliemmo dalla casa, fatto sta che non la trovai più.

Un giorno io e mio fratello andammo a trovare il mio fornitore. Nel frattempo infatti avevo cambiato attività mettendomi in proprio. Il mio fornitore si era appena operato di colecisti e io ero andato a trovarlo anche per il pagamento della merce che mi aveva procurato. Era il mese di febbraio di circa sette anni fa. Giunto a casa di questo signore, per poco non sbattevo con la sedia per terra: trovai infatti, incorniciata, la lettera del prete che io avevo perduto!

Gli chiesi chi glie l'avesse data, mi rispose di averla ricevuta da un prete, che era una lettera che portava bene, una lettera miracolosa. Tornai a casa meravigliato. Nella casa ristrutturata io ho un mobile dove attualmente, ogni giorno, da circa sette anni, ripongo tutta la roba che precedentemente inserivo nel cassetto dell'altro mobile. Come aprii il cassetto, all'imbocco vi trovai la lettera!

Con profonda meraviglia la presi e la iniziai a leggere, anche se nel frattempo si era sgualcita, cominciarono a sorgermi dei dubbi e la portai così da Padre Mimì Galluccio della Chiesa di San Ludovico d'Angiò, a Marano. La lesse con molta attenzione, attesi circa un quarto d'ora che finisse: "Tienila con te - mi fece - ma non dare molto peso a quello che vi è scritto. E' una lettera importante. Portala sempre con te". Dal momento che gli feci leggere la lettera, dopo cinque, sei giorni, non l'ho più trovata. Spero ancora di poterla un giorno ritrovare".

La Grazia di Suor Maria Giuseppina

Suor Maria Giuseppina, del Monastero delle Carmelitane Scalze ai Ponti Rossi, scomparsa nel 1948, ha dedicato tutta la sua vita all'amore per il prossimo e alla cura dei più bisognosi. Venerata per la sua bontà d'animo e il suo profondo senso di dedizione, molti i fedeli che le fanno ancora visita, in cerca di una grazia, alla sua tomba collocata nella chiesa di Santa Maria ai Monti.

E se il richiedente ha modo di porgere l'orecchio sulla tomba, può miracolosamente ascoltare la risposta che Suor Maria Giuseppina concede dal cielo. Non a voce ovviamente, bensì una risposta diversificata in tre rumori: lo sfregamento tra le mani di un rosario per i beneficiari della grazia; il rumore del mare per coloro ritenuti non meritevoli della grazia; rumori di catene per coloro ai quali nessuna grazia è destinata in quanto impuri di cuore.

I Prodigi della Dolce Angela

Scomparsa prematuramente all'età di soli 13 anni circa, nel 1961, per una grave forma di leucemia, la piccola Angela Iacobellis, che nacque a Roma ma visse a Napoli, dedicò al Signore la sua intera e breve esistenza. Un angelo di Dio del quale è ancora oggi in corso la causa di beatificazione.

Sepolta nella chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, in piazza degli Artisti, la sua tomba è meta di numerosi e devoti fedeli, che le si rivolgono in fervida preghiera nella speranza di una grazia. Dalla sua morte a oggi, molti i prodigi operati dalla dolce Angela verificati e provati da diverse testimonianze scritte e documentate. "Avrei dovuto perdere la vista - racconta un uomo - ma ci vedo ancora!".

"La vidi accanto al letto - racconta un'anziana donna - mi pose la mano sul seno, sorrise e sparì. Allora mi accorsi di avere un nodulo: il medico mi disse che fu spinto dall'intervento di una forza misteriosa e che solo operando si accorse di un tumore non diagnosticato. Poi andai da un famoso professore. Disse che mi restava solo un mese di vita, ma risposi di non preoccuparsi perché c'era Angela a prendersi cura di me. Sono trascorsi venticinque anni e sono ancora viva!".

"Un anno fa circa - racconta una giovane donna - verso la metà di febbraio, stavo attraversando un periodo di crisi per alcuni problemi personali. Mi trovavo nel mio negozio e stavo annotando alcuni pensieri e considerazioni varie tutt'altro che positivi. Tra le tante cose, meditavo il suicidio e il modo nel quale attuarlo. Improvvisamente alzai lo sguardo e mi vidi davanti una ragazza che mi fissava: robusta, capelli lisci, scuri, pettinati con la riga al centro e occhi profondi, ricchi di luce.

Mi fissava senza parlare, con sguardo di monito, come se avesse intuito i miei pensieri e mi stesse rimproverando. Poi, chinò il capo e mi disse: "Ciao, sto distribuendo a tutti queste medaglie" e mi esortò a osservare più da vicino il medaglione che mi porgeva. Dapprima rimasi immobile; poi, seguendo ulteriori sue sollecitazioni a dare un'occhiata all'oggetto, perché proveniente da Lourdes, mi convinsi ad acquistarlo.

Poiché ero convinta di non aver portato denaro personale, mi accinsi a recarmi verso la cassa per prelevare cinquemila lire ma, mentre stavo per prendere il denaro, avvertii qualcosa che si arrotolava in tasca e mi accorsi che in essa vi era proprio la somma che mi occorreva, datami da mia madre quel mattino per comprare il latte e che io avevo dimenticato.

La guardai e le chiesi scusa in merito, spiegandole che in realtà non era mia intenzione mentire, ma mi ero proprio dimenticata di avere quei soldi. Mentre mi avvicinavo a lei porgendole il denaro che ella chiuse nel suo marsupio, fece un passo indietro e lasciò scivolare il medaglione nella mia mano sinistra. Mentre le dicevo che era un oggetto bellissimo, ella mi incitò a indossarlo perché mi avrebbe aiutata. Non ebbi nemmeno il tempo di ribattere che ella scomparve, come volatilizzata.

Colpita dalla fanciulla, soprattutto dalla grande luce che emanava il suo sguardo dal quale ero stata rapita e dal medaglione ricevuto, ho cominciato a riaccostarmi alla fede, che da allora è accresciuta e anche la mia visione della vita è molto cambiata, poiché, in seguito, ho riconosciuto nella fanciulla incontrata una sorprendente somiglianza con la Serva di Dio Angela Iacobellis, di cui ho conosciuto il volto attraverso un suo ritratto posto da qualche suo ignoto devoto nelle catacombe della Chiesa di S. Pietro ad Aram di Napoli".

Il Medico Santo

San Giuseppe Moscati (1880 - 1927), "il medico santo", una vita spesa interamente nella devozione a Dio e nella tutela dei poveri, che faceva curare infatti a sue spese e senza compenso, sepolto oggi nella chiesa del Gesù Nuovo, riceve migliaia di visite da parte di fedeli provenienti da tutta Italia, desiderosi di una grazia che il Santo non manca mai di concedere e sono tante le testimonianze relative a persone che dicono di averlo visto non solo in sogno ma anche fisicamente, ottenendo dapprima la speranza e un sorriso, e in seguito la definitiva soluzione di un determinato problema.

"Da quando mi ero sposato - racconta un uomo - il grande desiderio mio e di mia moglie era naturalmente quello di avere subito un figlio, per coronare il nostro amore e dar vita negli anni a una famiglia numerosa. Ma dopo qualche anno di attesa, poiché i figli tardavano ad arrivare, ci siamo rivolti a un bravo medico, il quale, però non ci diede mai certezza su una possibile gravidanza.

La nostra vita passava così tra un'ecografia e un'altra, tra una cura e un'altra. Quella che soffriva di più era mia moglie, non solo quando apprendeva di casi in cui mamme avevano gettato i loro figli nei cassonetti della spazzatura, ma anche quando vedeva semplicemente dei bambini, soprattutto neonati.

Un giorno - era il 18 marzo 1997 - mi recai al Gesù Nuovo, per pregare il Santo Medico affinché ci facesse ottenere dal Signore la grazia di poter avere un figlio. Quel giorno, che precedeva la "festa del Papà", la chiesa era gremita di pellegrini, ma ciò nonostante riuscii a inchinarmi davanti alla tomba di San Giuseppe Moscati.

All'improvviso ebbi la sensazione di un gran silenzio intorno a me, mentre pregavo tenendo la manina di bronzo del Santo posta sulla tomba, ed ecco che mi si avvicinò un signore, credo di mezza età, il quale inchinatosi mi disse: "Tu stai pregando per avere un bambino, io ne ho tanti e non posso dar loro da mangiare!".

In quel momento mi assalì una grande paura, poiché solo io potevo sapere il perché stessi pregando. Subito mi alzai e cercai di scorgere tra la folla quel volto che non avevo bene individuato, ma quella persona, che avevo visto solo per qualche attimo, era sparita nel nulla.

Nel ripensare a quanto era accaduto, una grande serenità mi scese nell'animo, e nel cercare di mettere a fuoco l'immagine di quell'uomo, mi accorsi che aveva molto in comune con i lineamenti del Santo Medico, il quale certamente, dicendomi quelle cose, mi aveva invitato a guardarmi intorno, a essere più caritatevole, più attento ai bisogni degli altri.

Da allora ho visto tutto con occhi diversi, e la mia preghiera, insieme a quella di mia moglie, è stata sempre più incessante, rivolta anche alla Vergine Santa di Pompei, cui San Giuseppe era molto devoto, e così la grazia non è tardata ad arrivare.

Mia moglie infatti l'8 aprile 1997 (giorno della supplica alla Santa Vergine di Pompei) apprese di aspettare un bambino, che è nato a Napoli il 19 giugno 1998, giorno del Sacro Cuore di Gesù. Per tutto il travaglio sia io sia mia moglie abbiamo invocato l'assistenza del Medico Santo, il quale ha fatto sì che tutto andasse per il meglio: il nostro piccolo Gianluca è nato sano e di circa quattro chili".

I Cani di Padre Mimì

Parroco buono, amato e rimpianto ancora oggi dai suoi numerosissimi fedeli, l'uomo degli atti di beneficenza, disposto a svenarsi per gli altri, a sacrificarsi in favore del prossimo, vittima di un male incurabile che se l'è portato via, alcuni anni fa, all'età di 81 anni, Padre Mimì Galluccio, per diversi anni sacerdote della chiesa di San Ludovico d'Angiò a Marano, era solito indebitarsi per sostenere diverse iniziative sociali e migliorare e ingrandire la sua chiesa, affinché contenesse sempre più fedeli che difatti accorrevano in massa.

I suoi ricordi, il suo sorriso, la sua simpatia, il suo amore per la chiesa e i suoi fedeli restano ancora oggi impressi nella mente di chi lo ha conosciuto e vissuto, di chi ha apprezzato la sua bontà, la sua solidarietà, il suo grande senso dell'altruismo.

Da un po' di tempo, uno strano fenomeno si ripete due volte al giorno all'esterno della chiesa di San Ludovico d'Angiò e la gente già grida al miracolo. Al di fuori della parrocchia staziona da diverso tempo un gruppo di cani randagi ai quali Padre Mimì era molto legato, dando loro ricovero, curandoli a sue spese e difendendoli da chi nella zona voleva mandarli via.

Da quando il sacerdote è morto, due volte al giorno, a mezzogiorno e alle diciotto, nel momento in cui le campane intonano l'Ave Maria di Lourdes, melodia cara a don Mimì, quei cani si riuniscono sul sagrato e iniziano a ululare rivolgendo lo sguardo al cielo.

Tutti restano convinti che si tratti di una pia azione compiuta dal cielo per mano di Padre Mimì, questo come segno di vicinanza ai suoi parrocchiani. L'amore per il prossimo infuso loro da Padre Mimì spinge inoltre i randagi a scortare i cortei funebri per poi tornare, come sempre, alla parrocchia.

Il Monastero delle Passioni

Numerose le leggende circolanti attorno al monastero di Sant'Arcangelo a Bajano, a Forcella, in cui, durante il Medio Evo, venivano ospitate giovani vedove, donne appartenenti a quell'alta nobiltà dalla quale preferivano rimanerne volontariamente fuori, una volta infatti rimaste sole. Si raccontava in particolare di passionali avventure, all'interno delle mura del monastero, tra tali donne e occasionali cavalieri.

Chiuso ormai da diverso tempo, marchiato con la bolla di luogo di passioni, vizi e perdizione, non mancano anche in questo caso avvistamenti di fantasmi: sinistre e misteriose visioni notturne sia nei paraggi che all'interno del vecchio complesso religioso. Come testimonia il prof. Aldo De Gioia, anche ai tempi della seconda guerra mondiale molti credevano che nel monastero vi fosse qualche "ospite" particolare: ombre in movimento, strane e soffuse voci, luci evanescenti. Credenze rimaste oggi inalterate.

Il Monaco di Palazzo Reale

Qualcuno sostiene di aver visto entrare e uscire da Palazzo Reale il fantasma di Padre Rocco, monaco domenicano vissuto nel '700 e la cui statua in cera è visibile presso il museo di San Martino. Introdottosi già a diciotto anni nella chiesa di San Vincenzo della Sanità, vestì l'abito domenicano col nome di Gregorio. Tranne una parentesi di due anni trascorsi in esilio presso il Conventino dell'Ordine in Somma Vesuviana, visse per sessantaquattro anni nel Convento di Santo Spirito di Palazzo.

Stimato e rispettato dalla gente, in particolare dai lavoratori dei quartieri popolari, amato dai poveri, si prodigava per gli orfani, i disoccupati e i ragazzi di strada, molti dei quali non esitava a raccoglierli e a metterli a bottega. Benvoluto dai sovrani, entrava liberamente a Palazzo Reale venendo persino salutato militarmente dalle sentinelle. Visite che durerebbero tuttora.

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