Storie vere di fantasmi napoletani, settima parte: palazzi fantasma

a cura di Alberto Ferrero

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Storie vere di fantasmi napoletani, settima parte: palazzi fantasma. Caratterizzata da un'aristocrazia che fonda le proprie radici nella tradizione normanna se non addirittura precedente, Napoli si è dotata nei secoli di una serie di palazzi nobiliari che hanno dietro di sé, oltre a una lunga e affascinante storia, anche un numero rilevante di racconti, miti e leggende popolari legati alla loro costruzione, ai loro abitanti o al loro legame con i diversi quartieri. Pare quasi che ogni edificio di una qualche rilevanza nella città partenopea abbia il proprio fantasma in dotazione. E forse è proprio così!

I Misteri di Palazzo Sansevero

Una Tragica Notte di Sangue

La notte del 18 ottobre 1590, Palazzo Sansevero fu oggetto di uno dei più efferati delitti d'onore che la tradizione napoletana ancora ricordi. La morte di Maria d'Avalos e del suo amante, il duca d'Andria Fabrizio Carafa, per mano del marito di lei, il madrigalista Carlo Gesualdo, principe di Venosa e grande amico del Tasso, di cui musicò infatti diversi testi poetici.

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L'onta del sangue per lavare il disonore, Carlo Gesualdo non esitò nemmeno a far esporre i due cadaveri, nudi e sanguinanti, all'ingresso del palazzo. A tale efferatezza si aggiunse anche l'oltraggio di un monaco domenicano, un gobbo, una sorta di sagrestano, il quale, infilatosi verso tarda notte nel palazzo, diradatasi ormai la folla di curiosi e ritiratisi i servi, violò il corpo esanime della d'Avalos.

Temendo la vendetta dei Carafa, il principe di Venosa fuggì da Napoli, trovando rifugio nel castello di Gesualdo, di origine longobarda e suo feudo. Qui visse per diciassette anni, privo di serenità e con un profondo senso di colpa che invase permanentemente la sua coscienza. Si suppone che in quel castello abbia fatto addirittura uccidere il figlioletto concepito da Maria, credendo, nella sua paranoia, che somigliasse più al duca d'Andria.

Acquistato dalla famiglia Sangro di Sansevero, fu volontà soprattutto del famoso principe Raimondo de Sangro operare una restaurazione del palazzo che cancellasse il tragico episodio da cui era stato brutalmente segnato. Nel 1889 un'ala dell'infausto edificio crollò e l'incidente fu subito messo in relazione con il delitto in questione, in seguito al quale infatti il palazzo e chi vi abitava erano stati maledetti fino alla settima generazione.

Condannato al dolore eterno, il fantasma della bellissima Maria vaga da allora ogni notte per le buie strade di piazza San Domenico Maggiore e dintorni. In vesti succinte, i capelli mossi dalla brezza, si aggira afflitta alla ricerca del suo amante, emettendo un lungo grido agghiacciante che tuttora lascia i brividi a chi ha la sventura di ascoltarlo. In altri casi emette invece un sibilo somigliante a un soffocato lamento.

Cappella Sansevero

Uno dei più grandi e illustri personaggi della Napoli del '700, il chimico, filosofo e alchimista Raimondo de Sangro, principe di Sansevero e duca di Torremaggiore, le cui scoperte hanno suscitato vasta eco presso i più insigni luminari dell'epoca, scoperte la cui fama echeggia ancora oggi. Scienziato dalle mille risorse e dalle innumerevoli conoscenze, inventore di particolari macchine idrauliche e pirotecniche e di tanti altri marchingegni incredibili per l'epoca e attraverso i quali aveva saputo anticipare i passi avanti compiuti successivamente dal progresso, un uomo di immensa cultura e dall'ingegno impareggiabile persino per gli scienziati di oggi.

Fu lui a voler restaurare Palazzo Sansevero, acquistato dalla sua famiglia nonostante l'indelebile macchia del grave delitto di cui furono oggetti Maria d'Avalos e il suo amante Fabrizio Carafa per mano di Carlo Gesualdo. Un po' più avanti, in via Francesco De Sanctis, è situata Cappella Sansevero, costruita nel 1590 nel giardino del palazzo per ospitarvi le tombe di famiglia e abbellita coi capolavori realizzati dai migliori artisti dell'epoca. Statue, bassorilievi, affreschi, sculture raffiguranti i personaggi della nobile famiglia, ognuna contraddistinta da un elogio, ogni singolo elemento un simbolo riconducibile al linguaggio tipico della loggia massonica, del quale il principe faceva parte.

Di vasto splendore il Cristo velato, opera dello scultore Giuseppe Sammartino, marmorizzato grazie a un procedimento d'invenzione del principe. Sia il palazzo sia la cappella erano tra loro collegati da un ponte, andato distrutto nel 1889, sul quale il principe pose un orologio animato, a forma di drago, che indicava ore, minuti, giorni della settimana, nomi dei mesi e fasi lunari.

Terrificante, inoltre, la presenza dei "mostri" nei vecchi armadi della cappella, due cadaveri, un uomo e una donna, quest'ultima incinta, probabilmente due schiavi di colore, frutto dell'abilità scientifica del principe, che eliminò l'involucro dei corpi e metallizzò fino all'ultimo capillare l'intero sistema delle vene e delle arterie. Si dice che il procedimento sia stato attuato sui corpi ancora vivi, tuttavia fonti più attendibili smentiscono tale macabra ipotesi.

Numerose a quanto pare, secondo i racconti dei vecchi della zona, le apparizioni riguardanti proprio la cappella, oltre che l'interno del palazzo. Si racconta in particolare che, nelle notti di Natale e Pasqua, la cappella si animi per incanto illuminata da una strana luce, nei vicoli circostanti inconfondibile un forte odore di incenso, mentre note di organo provenienti dall'interno della cappella si odono chiaramente.

C'è chi afferma di aver sentito passi di stivali, muniti di speroni, muoversi da una scalinata ripida e stretta dietro la sagrestia della cappella, passi lenti e cadenzati che si avvicinerebbero a poco a poco per poi allontanarsi e disperdersi. Molte anche le persone che affermano di aver sentito il tintinnio della carrozza del principe nelle notti di luna piena. Lo scalpitio dei suoi cavalli si arresterebbe soltanto dinnanzi all'enorme portone del palazzo, sua ultima dimora.

Lo Stanzino dei Misteri

"Non avevo mai visto e sentito nulla di strano in casa mia - racconta la signora T., inquilina del palazzo - almeno fino a quando non sono iniziate a sparire delle cose. Ho poi scoperto che in uno stanzino, un deposito di vecchie cose, il soffitto presenta un buco, ho tentato più volte di dargli un'occhiata ma non è che si riesca a capire bene cosa vi sia lì, se non un ammasso di roba in totale disordine. Potrebbe magari trattarsi di qualche stanza segreta, di cui questo palazzo è ancora pieno. Spesso da quel buco provengono strani rumori, strane voci e spira un forte vento ed anche altri in casa se ne sono accorti...".

Gli Scheletri di Casa Morano

Nei locali che un tempo furono occupati dalla Casa Editrice Morano, oggi fallita, furono rinvenuti due scheletri nel pavimento durante alcuni lavori di ristrutturazione. Si cercò in tutti i modi di rimuoverli per dar loro un'identità, tuttavia il complesso iter burocratico che irrimediabilmente ne scaturì fu tale da far decadere ogni iniziativa, facendo anche in modo che una nuova colata di cemento ricoprisse per sempre i due cadaveri, senza che ancora oggi ci sia data la possibilità di sapere chi siano, la loro storia, in quale epoca siano vissuti e il motivo di quella così inusuale sepoltura.

Un Incontro Particolare

Numerose le persone convinte di aver visto vecchi inquilini del palazzo comparire solitamente in disparate ore del giorno e della notte. Tuttavia, un anonimo testimone ci fornisce un racconto piuttosto particolare a riguardo: "Mi trovavo nei pressi di piazza San Domenico Maggiore - racconta - rincasavo nella mia abitazione a Palazzo Sansevero. Sentivo dei passi ogni tanto, mi vidi davanti tutto a un tratto il principe di Sansevero, mi fissava con sguardo truce, severo, quasi ammonendomi di non intromettermi nelle sue cose, nella sua vita privata. Probabilmente per il fatto che, appena qualche giorno prima, ero andato a trovare un mio amico già in passato "in contatto" proprio con Sansevero.

In quell'occasione, ero seduto a chiacchierare col mio amico all'interno del suo ufficio, ricordo ancora di aver visto due scarpe di epoca antica che camminavano da sole e una persona con un mantello che si precipitava fuori dalla porta. Lo rividi poco tempo dopo sempre in piazza San Domenico, lo sguardo più sereno, mi sorrise, anche se non potei fare a meno di notare che, da che l'ultima volta lo avevo visto giovane, me lo ritrovai invecchiato, con il volto segnato da quelli che dovevano essere stati, a quanto pare, gli ultimi anni della sua vita".

Dispetti e Premonizioni

"Quando nel 1925 l'ing. Luigi Maria Pagano - narra un testimone, altro inquilino del palazzo - fece cinque piani, quelli situati esattamente, entrando, sulla sinistra in fondo al cortile, crollò improvvisamente tutto. Si disse perché furono gli spiriti che non volevano, anche se tecnicamente parlando pare che la colpa sia più da addebitare a qualche infiltrazione d'acqua. Tutti quanti in giro, però, insistevano nel dire che fossero stati gli spiriti a non volere tale costruzione.

Un maestro di musica, mio amico, scomparso purtroppo alcuni anni fa, che abitava qui al piano di sopra, mi diceva che a volte sentiva suonare il pianoforte senza che alcuno lo toccasse. Mia madre, inoltre, morta da poco, una notte ebbe come una sorta di sogno premonitore, una voce l'avvertì di non dormire nella stanza da lei occupata perché sarebbe crollato tutto. Per scrupolo diede retta a quella voce e infatti, spostatasi all'altro lato della casa, il muro di quella stanza crollò".

Il Diavolo di Palazzo de Penna

Un'antica leggenda circonda Palazzo de Penna in via Teodoro Monticelli. Fatto costruire nel 1409 da Antonio de Penna, segretario e consigliere di Ladislao Il Magnanimo, re di Napoli (1377 - 1414), viene ancora oggi ricordato come "il palazzo del diavolo". Una volta giunto a Napoli, il de Penna s'innamorò di una stupenda ragazza, alla quale chiese ovviamente di sposarlo.

Avendo fin troppe offerte di matrimonio e dovendo già dare, il giorno dopo, una risposta ad altri corteggiatori, la fanciulla gli rispose che avrebbe acconsentito soltanto nel caso che il de Penna le avesse costruito, in una sola notte, un palazzo quale pegno d'amore e dono di nozze. Un'impresa del genere, nonostante la buona volontà del de Penna, richiedeva un aiuto particolare, anzi, per meglio dire, sovrannaturale. Il giovane chiese infatti aiuto al diavolo, che in cambio pretese la sua anima facendogli firmare inoltre un contratto col suo stesso sangue.

Il de Penna riuscì comunque a farsi sottoscrivere una clausola che avrebbe rivelato a lavoro ultimato. Completato il palazzo, il giovane, come clausola, chiese al diavolo di contare una grossa quantità di grano chicco per chicco. Alla fine del conteggio, il diavolo constatò che cinque chicchi mancavano all'appello, senz'accorgersi che il de Penna, cospargendoli di pece, aveva fatto in modo che finissero inconsapevolmente tra le sue unghie.

Letteralmente preso in giro, il diavolo si adirò, iniziando una dura discussione con il de Penna che, a un certo punto, si fece il segno della croce, costringendo così il diavolo a sprofondare in un buco apertosi nel pavimento. Quel buco, per molti nient'altro che un pozzo chiuso in malo modo, è ancora lì presente.

Gli Spettri di Palazzo Donn'Anna

Un Triangolo di Amore e Morte

Situato lungo la strada che conduce a Posillipo, uno degli edifici più curiosi e spettrali del napoletano, parte incompiuta di una meravigliosa residenza progettata da Cosimo Fanzago, palazzo Donn'Anna fu eretto a sua volta su un edificio più antico, denominato "La Sirena", dietro volontà di donna Anna Carafa, nipote di papa Paolo IV, moglie del vicerè duca di Medina de las Torres ed erede di due altisonanti famiglie, i Carafa e i Gonzaga.

Donna arrogante, ambiziosa, fece del suo palazzo una sfarzosa reggia alla quale era possibile accedere sia via terra, le carrozze entravano infatti al secondo piano, sia via mare, grazie a un porticciolo. E difatti tutta la nobiltà spagnola e napoletana partecipava alle magnifiche feste tenute da donna Anna nel suo palazzo. Ricca, nobile, potente, temuta e rispettata quanto bastava.

In fondo al grande salone era stato montato un teatrino in cui la nobildonna faceva svolgere grandiosi spettacoli, tra gli attori, tutti nobili, anche sua nipote, Mercede de las Torres, bella, giovane, dai lunghi capelli e dagli occhi neri. E di questo se n'era accorta in particolare proprio donna Anna, insospettitasi del fatto che la sua bella nipote spagnola se la intendesse con il nobile cavaliere Gaetano di Casapesenna, già in passato suo amante.

Fu un lavoro teatrale a fugare ogni suo dubbio, laddove Casapesenna interpretava la parte di un cavaliere e Mercede quella di una schiava innamorata del suo padrone, a cui nella storia fu fedele a tal punto da sacrificare la sua stessa vita pur di salvare quella del suo amato. Nella scena finale che li vide baciarsi per l'ultima volta, entrambi risultarono talmente veritieri da far scoppiare l'intera sala di applausi. Tutti applaudirono e si commossero, tranne donna Anna, folle di invidia e gelosia. Un velo le si tolse dinnanzi agli occhi.

Successivamente, la Carafa ebbe da ridire più volte nei confronti della nipote, tant'è vero che le liti nel contendersi l'amore del Casapesenna divennero ormai una frequente abitudine. Ma, un giorno, Mercede sparì, si disse che, spinta da improvvisa vocazione religiosa, si fosse chiusa in convento. La realtà, ben più cruda, fu che la bella spagnola, dopo una violenta lite con la zia, venne uccisa in una delle segrete del palazzo per ordine proprio di donna Anna.

Casapesenna, per nulla rassegnato, la cercò invano per tutta Europa, non cessando di pensarla nemmeno quando esalò l'ultimo respiro colpito a morte, qualche anno dopo, in battaglia. La durezza e la sterilità di sentimenti invasero stabilmente il cuore di donna Anna Carafa, vittima di un odio che la spinse sempre più tra le braccia del dolore e della solitudine. Richiamato il marito in Spagna, colpita da malinconia, donna Anna morì infine per un morbo pedicolare. Il palazzo, rimasto incompiuto, andò ben presto in rovina, complici anche le onde del mare.

Triste storia di un triangolo di amore e morte destinato a lasciare tuttora segni indelebili; e se da un lato il fantasma di donna Anna si aggira inquieto per il palazzo, facendo avvertire la sua gelida presenza, dall'altro l'ombra della bella Mercede vaga ancora per i sotterranei di quel luogo che un tempo la vide felice, mentre l'imperterrito Casapesenna gira nell'eterna e forsennata ricerca del suo grande e mai dimenticato amore.

Giovanna I

La tradizione ritiene che Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli (1326 - 1382) sia stata un'inquilina di Palazzo Donn'Anna, una delle numerose residenze assegnatele dalla leggenda nel corso della sua turbolenta vita. Donna fortemente lussuriosa, si diceva che andasse continuamente in cerca di tutti gli aitanti giovani della zona, dei quali faceva letteralmente scempio.

Una volta infatti condotti nelle sue stanze e consumato l'amplesso, li faceva puntualmente uccidere o tramite qualche suo servitore oppure attraverso qualche altro espediente, tipo trabocchetti in mare, laddove il malcapitato di turno cadeva vittima di qualche famelico animale marino, ma anche profonde fosse munite di punte di spada, denti di forcone e lame di rasoio.

Chiunque si trovi a passare nei dintorni, non può fare a meno di ascoltare i pianti e i lamenti degli sventurati amanti della perfida regina Giovanna, ancora oggi pronti a reclamare giustizia e la pace della loro anima.

E tra le tante vittime della lussuria della regina, vi è una storia che i racconti popolari annoverano particolarmente. La storia di due giovani innamorati felici e spensierati, Maria Stella e il marinaio Salvatore, promessi sposi. Del bel marinaio s'invaghì la regina Giovanna, scesa un giorno alla marina di Posillipo con la propria corte al seguito, volendolo quindi al suo servizio come barcaiolo, almeno così disse. Di lì in poi Salvatore non fu più visto, anch'egli vittima probabilmente di qualcuno degli innumerevoli tranelli orditi dalla malvagia Giovanna.

Seduta su una colonna alla quale i pescatori legavano le loro barche, la povera Maria Stella attese pazientemente e quotidianamente, alla marina di Posillipo, il ritorno dell'amato e fu questo per diverso tempo, fino a smarrire la ragione e a morire, cogli occhi fissi sul mare nella vana attesa del suo marinaio. C'è chi sostiene di vederla ancora oggi, seduta su una colonna e lo sguardo fisso all'orizzonte, rivolta verso quel mare come in perenne attesa di qualcuno...

Giovanna II

Anche Giovanna II d'Angiò - Durazzo (1371 - 1435), regina di Napoli per circa ventuno anni, fu tra gli abitanti celebri di Palazzo Donn'Anna. Donna sensuale, affascinante, ma anche di sinistra fama e di costumi a dir poco facili, ebbe due mariti e diverse avventure occasionali con prestanti giovanotti ai quali, una volta regalata un'infuocata notte d'amore, riservava atroce destino, lasciandoli cadere infatti in mortali trabocchetti da lei stessa predisposti.

Tra i suoi amanti, spiccò in particolare il notaio Giovanni Caracciolo, detto "Sergianni", che nominò Gran Siniscalco del Regno e al quale manifestava il suo amore in modo alquanto curioso. Sapendo infatti del folle timore nutrito dal Caracciolo verso i topi, la regina gliene lanciava uno ai piedi mentre era intento a giocare a scacchi; il poveretto, dandosela a gambe levate, accorreva così dalla sovrana che lo attendeva sulla soglia dei propri appartamenti.

L'idillio non durò a lungo e infatti anche il Caracciolo cadde vittima delle losche trame della regina. Fu un tale Pandolfello Piscopo, detto "Alopo", a prendere poi il posto del Caracciolo, ma non per molto, dato che l'infida Giovanna lo fece uccidere da uno dei suoi mariti.

Amante appassionata ma anche mantide crudele, la sua bellezza rimasta intatta nel tempo, Giovanna II offrirebbe ancora oggi intensi incontri d'amore ai fortunati di turno, in quei luoghi, tra i quali anche Palazzo Donn'Anna, dove visse le sue passioni e la sua bizzarra esistenza.

Il Palazzo dell'Impiccato

Un palazzo in corso Garibaldi, nei pressi di Porta Nolana, in base a diverse testimonianze, sarebbe oggetto delle apparizioni del fantasma di un impiccato. La sua testa senza corpo comparirebbe lungo le scale condominiali, andando su e giù per i gradini e spaventando a morte chi per caso si trovi di lì a passare.

L'apparizione è da attribuire a qualche soldato spagnolo, considerando che l'edificio era infatti una caserma, impiccato probabilmente dal popolo napoletano in una delle tante rivolte succedutesi nel corso della lunga dominazione spagnola (1503 - 1707). Nello stesso condominio, altri ancora affermano di aver sentito distintamente passi di soldato rimbombare nel palazzo.

I Ricevimenti di Maria Carolina

Maria Carolina di Borbone (1752 - 1814), moglie di Ferdinando IV re di Napoli e sorella della regina di Francia Maria Antonietta, terrebbe ancora oggi sfarzosi ricevimenti notturni nelle sale del museo di Capodimonte, dando così conferma, anche nella morte, della sua forte personalità ambiziosa e lussuriosa. Nei saloni apparirebbero luci e misteriose figure, al ritmo di danze accompagnate dal suono di antichi strumenti musicali. L'intera scena, come in un sogno, svanirebbe poi al comparire delle prime luci dell'alba.

Il Fantasma di Palazzo Reale

Anche Palazzo Reale in Piazza Plebiscito non si esime dal possedere il suo fantasma. Protagonista della vicenda il principe Carlo di Borbone, fratello di Ferdinando II re di Napoli (1867 - 1896). Spogliato in vita dal fratello re di ogni titolo e possedimento per aver contravvenuto a un suo divieto, ovvero il no al matrimonio con la turista irlandese Penelope Smith, Carlo visse da esiliato, fuggendo in Scozia con Penelope, che riuscì poi a sposare e da cui ebbe due figli, senza però che l'intransigenza e l'ostile atteggiamento del fratello mutassero mai di una virgola.

Tant'è vero che, alla sua morte, né Penelope né i figli godettero di alcun riconoscimento. Molti coloro che lo sentirebbero gridare di notte per le buie stanze di Palazzo Reale, in cerca di giustizia, titoli e averi.

Le Anime di Palazzo Fuga

Denominato anche Palazzo Fuga, per essere stato progettato dall'architetto Ferdinando Fuga su commissione di re Carlo III di Borbone (1716 - 1788), allo scopo di ospitare i poveri di Napoli, l'Albergo dei Poveri, seppur nella sua immensità, non è invece che una parte del gigantesco edificio previsto nell'originario progetto, che lo vedeva lungo circa 600 metri e largo 150, anziché i 354 metri lungo i quali attualmente si snoda.

Ipotizzato in realtà da Padre Rocco, monaco domenicano napoletano (1700 - 1782), il quale, dedito ai poveri, suggerì appunto a re Carlo III la sua personale idea di realizzare qualcosa di concreto in favore dei più indigenti, le sue modeste dimensioni non lo resero purtroppo sufficiente a contenere tutti i poveri della città, limitandosi a ospitarne massimo fino a ottomila, tra i quali vecchi inabili al lavoro, sordomuti e giovani tolti dalla strada. Funzionante fino agli anni '40, è stato poi sgomberato definitivamente. Un antico palazzo che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe ancora popolato da misteriose presenze.

Bagliori alle finestre, lamenti, rumori, grida rauche provenienti dall'interno e strane figure popolerebbero infatti questo luogo. Secondi molti, si tratterebbe delle inquiete anime di coloro che vi morirono tragicamente o per malattia o per le scarse condizioni igieniche delle camere. Stando anche a quanto racconta qualche altro testimone, il più delle volte, quasi come se si aprisse una finestra del tempo, l'edificio si animerebbe d'incanto, riempiendosi nuovamente di quei poveri ospitati da re Carlo nel lontano '700.

Palazzo Della Porta

Umanista, scienziato, filosofo, alchimista, letterato, erudito, Giambattista Della Porta (1535 - 1615), fondatore dell'Accademia Secretorum Naturae (1560), meglio conosciuta come Accademia dei Segreti, fu uomo dalle mille risorse e dai notevoli interessi.

Interessi che toccavano la crittografia, la meccanica idraulica, l'ottica, lui che rivelò di aver costruito il telescopio prima di Galilei, la camera oscura, da lui stesso perfezionata, la matematica, in particolare gli studi sulla quadratura del cerchio, la filosofia occulta, la demonologia, l'astrologia, la botanica, l'agraria, l'alchimia, la distillazione, il magnetismo, la meteorologia, la fisiognomonia, ovvero l'arte di dedurre i caratteri morali delle persone dai tratti somatici, l'arte della commedia ma anche della tragedia.

Autore del De Magia Naturali Libri IV (1589), fu anche artefice di numerose commedie e tragedie, laddove nel 1592 l'Inquisizione gli vietò la pubblicazione di qualsiasi lavoro filosofico scientifico, a eccezione appunto delle commedie e delle opere letterarie, se non avesse dapprima ricevuto il consenso del Sant'Uffizio, ordine al quale fu costretto a sottostare per ben sei anni.

Uomo di profondo acume e di grande saggezza, nacque e visse a Napoli, in un palazzo in via Toledo ereditato da suo padre, che lo edificò su un terreno, censito dai monaci di Monteoliveto nel 1527, da lui acquistato per circa 24 ducati.

Per chi è fortunato, lo si può ancora trovare in giro per il palazzo, in abito scuro di foggia antica, di tipo spagnoleggiante, e lo sguardo scrutatore che lo ha sempre contraddistinto: "Lo vidi in un'occasione - racconta un anonimo testimone - e d'improvviso mi ritrovai proiettato con la mente al giorno dei suoi funerali, vissi quel giorno e me lo ricordo come se fosse ieri. Lo portarono a spalle dalla sua dimora in via Toledo fino a via San Gregorio Armeno, nella chiesa di San Lorenzo Maggiore dove tuttora è sepolto. Era sera, il corteo, formato da nobili e frati incappucciati muniti di fiaccole, intonava litanie funebri".

Il Volto del Diavolo

In un palazzo al civico 56 di via Donnalbina, risalente al '600 e a suo tempo già affatturato, sulla parete di una stanza, un affresco raffigura l'immagine del diavolo. Inutili a tale riguardo passate di calce e tinteggiature varie. L'immagine riaffiora infatti ogni volta più chiara.

La Damigella di Palazzo Spinelli

Palazzo Spinelli di Laurino, in via Tribunali, già appartenuto in passato al poeta Giovanni Pontano (1429 - 1503), fu acquistato e ristrutturato nel '700 circa dalla famiglia Spinelli, duchi di Laurino dal 1567. Lungo lo scalone dell'edificio, qualcuno afferma di aver visto passare il fantasma di una fanciulla che la tradizione napoletana conosce come Bianca, damigella della nobildonna Lorenza Spinelli.

Crudele, cinica, tirannica ed egoista, Lorenza non degnava il principe consorte della benché minima considerazione, tant'è vero che, nel momento in cui quest'ultimo decise di partire per la guerra, entrato nelle stanze della moglie per porgerle il suo affettuoso saluto, si sentì persino rispondere bruscamente. Il principe, andato via piuttosto seccato, incrociò in quell'attimo i dolci occhi della bella Bianca, intenta a pettinare la sua signora, riflessi in tutta la loro comprensione nello specchio della stanza. Uno sguardo innocente ma sufficiente di per sé a destare sospetti nella mente di Lorenza. Un gesto compassionevole punito col più atroce dei supplizi. Bianca fu infatti murata ancora viva in una delle numerose stanze del palazzo.

Seppur innocente, non ebbe affatto modo di difendersi, lasciandosi comunque sfuggire la sarcastica minaccia che prima o poi sarebbe tornata, nella buona e nella cattiva sorte. Difatti, da allora in poi, si dice che il suo spirito sia apparso in seguito agli Spinelli tre giorni prima di un lieto evento, di un lutto o di una disgrazia. E per quel che se ne sa, la sventurata damigella non avrebbe tuttora mai abbandonato il palazzo.

I Congiurati di Palazzo Petrucci

Costruito agli inizi del 1300 da Bertrando III del Balzo, conte d'Andria, che nel 1308 sposò Beatrice d'Angiò, figlia di Carlo II (1248 - 1309), Palazzo Petrucci, sito in piazza San Domenico Maggiore, deve il suo attuale nome ad Antonello Petrucci, conte di Policastro, al quale l'intero stabile passò alla morte di Bertrando. Segretario e fedele alleato di Ferrante d'Aragona (1431 - 1494), il Petrucci divenne poi inspiegabilmente uno degli artefici della famigerata congiura del 1485, non esitando a incontrarsi con gli altri congiurati persino nella sua stessa dimora.

Svelato l'inganno e fallita la congiura, il Petrucci fu arrestato e condannato a morte, insieme ai suoi complici, per alto tradimento alla corona; fu decapitato a Castel Nuovo (Maschio Angioino) il 15 maggio 1487. Strane presenze si avvertirebbero da allora all'interno dell'antico edificio. Pare infatti che il Petrucci sia rimasto ospite del palazzo e che sia solito, ancora oggi, riunirsi in più di un'occasione coi suoi compagni di congiura.

Quel Misterioso Palazzo in Piazza Vico...

In un antico palazzo a quattro piani in piazza Giambattista Vico, esattamente di fronte alle giostre, stabile risalente al 1880 e devoluto alla Madonna di Pompei, si racconta che accadano fatti abbastanza strani. Vari infatti i condomini che si sarebbero lamentati di determinati e inspiegabili fenomeni: oggetti che volano per aria, mobili in movimento senza che alcuno li manovri, letti sfatti laddove poco prima erano stati appena messi in ordine, porte e finestre sbattute violentemente, una profonda sensazione di disagio e un'aria di terrore che traspaiono ad ogni angolo.

Oltretutto, inquietanti figure a mezzo busto circolerebbero liberamente per il palazzo sotto gli occhi atterriti dei condomini. Resta soprattutto da svelare il mistero relativo al reale motivo per cui l'edificio sia stato devoluto alla Vergine di Pompei: per una protezione? E da cosa? Pare inoltre che, diversi anni fa, in questo stesso palazzo, una ragazza abbia strappato entrambi gli occhi alla madre. Un raptus di follia? O altro?

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